GRAZIE CHRIS

//GRAZIE CHRIS

GRAZIE CHRIS

Mi è stato chiesto di scrivere, un paio di settimane fa, qualcosa su Christopher Russell Edward Squire.

Non è facile, o meglio lo sarebbe, se non si corresse sempre il rischio di cadere in quell’enfasi celebrativa su chi ci ha lasciato.

Io partirei da un punto differente e se vogliamo un po’ effimero, ma che credo sarebbe molto “all’italiana” come base.

Chris Squire ci ha lasciato e non ha avuto il piacere o la soddisfazione, fate voi, di essere introdotto nella Rock’n’Roll Hall of Fame di Cleveland, OH.

Partiamo da qui. Il posto (per chi non ci è mai stato) è di un pacchiano inverosimile, con un ingresso a forma di giradischi e dentro ci troverete di tutto a livello iconografico, dalle scarpe (stra)usate da Tina Turner al tovagliolo di carta dove Neil Young ha scritto il testo di una canzone di Harvest. Abiti di scena, pagine di spartiti, contratti capestro, strumenti musicali, ecc. ecc.

Feticismo allo stato puro.

Ma poi c’è la sezione documentaristica/museale e allora si ritorna nell’alveo più consono di un luogo dove si dovrebbe celebrare chi ha fatto grande il rock’n’roll.

Ecco qui Chris Squire e gli Yes non ci sono.

Ci si è persino messo due anni fa uno che di mestiere fa eleggere i Presidenti degli Stati Uniti d’America (mica ceci) e non c’è riuscito.

Ecco, se quest’anno gli Yes venissero eletti nella HoF beh, sono onesto, andrei a Cleveland a picchiare personalmente i membri del comitato di elezione uno per uno e poi inizierei una nuova carriera come wrestler nella WWE. Perché sono sicuro a questi qui scapperebbero lacrime di coccodrillo da tutti i cantoni nell’annunciare che si, gli Yes sono degni della loro HoF.

E questo Chris Squire e gli Yes non se lo meritano. Ci dovevano essere da un pezzo e tutti da vivi (Peter Banks compreso).

Detto questo, e chiamiamolo pure “togliersi un sassolino nella scarpa”, torniamo a Chris.

A me personalmente, ha instradato parte della mia vita, in quanto nel 1972 quando il fratello maggiore di un mio compagno di scuola mi mise in mano un disco dalla copertina con delle degradanti tonalità di verde e mi disse “lascia perdere Fireball (dei Deep Purple) e ‘scolta questo”.

Scoprii che c’era un altro modo di suonare il basso elettrico.

E scoprii anche che volevo imparare a suonare il basso elettrico.

Chiuso il capitolo “io – me” torniamo a Chris.

Quale può essere l’eredità che ci lascia?

Ci lascia un modo completamente diverso ed innovativo di concepire la linea di basso nella costruzione di una canzone rock. Un diverso ed innovativo che parte, è vero, con Paul McCartney, Jack Bruce e John Entwistle, ma che dalle loro lezioni di ritmica armonica (fateci caso stiamo parlando di bassisti che hanno fatto sfracelli di base in power trii sostanzialmente, anche se i Beatles di chitarre ne avevano due, ma state alla sostanza e si ritorna sempre lì: chitarra, basso, batteria) che supporta e contorna i temi chitarrisitici di turno.

Solo che Chris va oltre a quello dei tre che ho citato, dando una dimensione e una voce al basso prima mai sentiti, creando delle linee che staccano completamente il basso dalla sua tradizionale funzione di legante tra batteria e strumento solista (qualunque esso sia).

Chris crea linee che vanno direttamente ad intrecciarsi con la chitarra, la doppia e poi si slega e va riprendere la batteria e poi se ne va di nuovo in un territorio un tempo proibito ai bassisti, ovvero essere l’unico strumento che fa da base alla parte vocale a tre voci (e mi riferisco a Yours Is No Disgrace e South Side of The Sky), oppure quando il basso esordisce come solista in apertura del brano (Heart Of The Sunrise, On The Silent Wings Of Freedom oppure nella apertura corale con la chitarra in Ritual-Nous Sommes Du Soleil).

Ecco, per chi ha avuto il dono di imparare a suonare il basso, quando senti cose di questo tipo non puoi non restare basìto, sorpreso e poi esaltato dalla valanga di cose che lui tira fuori dal suo Rickenbacker mod. 4001.

Ecco, e meno male che veniva considerato il pigrone ritardatario cronico del gruppo. Però le rotelle del talento da lui giravano a pieno regime sempre e comunque.

E poi c’è un pesce. Schindleria Praematurus. Lascio a Wikipedia il compiti di spiegarvi che razza di pesce è e che caratteristiche ha.

Però ne ha una che si confà mirabilmente a Chris. E’ un pesce che, anche nella maturità adulta, mostra sempre caratteristiche giovanili. Torna il conto? Direi proprio di sì.

Ma al di là di come e perché il brano sia nato e registrato originariamente nell’album Fragile (oramai lo saprete tutti e non lo ripeto, oppure trovate una copia del libri di Chris Welch biografo Yes e lo scoprirete), The Fish diventerà il momento gigionesco per eccellenza di molti tour degli Yes.

Qui finalmente vediamo il vero Chris Squire, enorme, immenso che occupa tutta la scena, e lo sa molto bene, gli piace, eppure ti spara continuamente riff e richiami all’universo Yes li annoda e li intreccia in un continuum che non può non lasciare indifferenti. E poi c’è la persona. Che per chi, come me, l’ha visto e gli ha parlato solo un paio di volte dopo i concerti italiani, non puoi non restare colpito dalla sua personalità.

Quando gli parli e gli chiedi in due minuti tutto quello che avresti voluto chiedergli in 40 e passi anni di Yes, capisci quanto lui apprezzi il fatto che, dopo tutti quegli anni passati a fare la rock star, ci siano ancora persone che vanno lì lo ringraziano per aver fatto da colonna sonora musicale della loro vita, Chris sapeva perfettamente di averlo fatto e il fatto che gli venisse riconosciuto (anche) sommessamente lo ripagava del fatto di aver fatto parte involontariamente della storia del rock.

Vabbè e poi come tutti aveva le serate con le palle girate e non si faceva vedere (Roma 2003), vogliamo rompere ancora su questo?

Ha imposto per un certo periodo Billy Sherwood. Non nascondiamoci. Lo abbiamo odiato tutti perché chiunque di noi poteva essere al suo posto.

E, vendetta tremenda vendetta, adesso c’è proprio Billy al suo posto nel prossimo tour della band. Che altro dire? Solamente “Grazie Chris. Ci mancherai. Mi mancherai”. R.I.P.

Giorgio Salvadego

Venezia-Marghera, 23/07/2015

By |2020-01-05T21:14:32+00:00luglio 23rd, 2015|Dialogue|0 Comments

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