Discografia

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Discografia2020-03-03T16:37:43+00:00

1969
Copertina dell’edizione inglese

1. Beyond And Before 4:50
2. I See You 6:33
3. Yesterday And Today 2:37
4. Looking Around 3:49
5. Harold Land 5:26
6. Every Little Thing 5:24
7. Sweetness 4:19
8. Survival 6:01

Copertina America/Europa

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su
ciascun brano di questo disco di apertura della saga Yes. Siamo nel 1969.
Io avevo 9 anni, non avevo la più pallida idea della loro esistenza
(degli Yes, ovvio), The Rokes impazzavano sul mio giradischi assieme ai
Beatles, Patty Pravo, Claude Francois (ve lo ricordate?), e a chiunque
facesse, diciamo così, bella figura a San Remo (Son Scemo, io?).
Mi sa che nel 1969 se la memoria non mi tradisce c’erano i Vanilla Fudge
a San Remo con Some Velvet Morning! In differita video
(Ampex, si diceva all’epoca in gergo tecnico) perché non poteva la RAI
montare e smontare il set dei Fudge in 20 secondi fintanto che il fine
presentatore/dicitore di turno presentava il prossimo brano…

BEYOND AND BEFORE
Di chi potevano essere le primissime note del primo disco Yes?
Ma di Chris Squire, naturalmente.
E tanto per fare qualcosa di diverso pure nell’ottava alta del suo Ric…
Retaggio dei Mabel Greer’s Toy Shop, gli Yes iniziano subito con le
armonie vocali che furono uno dei primi argomenti nei quali Anderson
(allora cameriere) e Squire (pigro avventore) convennero in un tavolo
del La Chasse quando vennero spinti uno verso l’altro da Jack Barrie.
Atmosfere da pop-psichedelia allora imperante, con organo (Tony Kaye) e
chitarre (Peter Banks) in sottofondo su un ritmo di batteria (Bill Bruford)
e basso subito in evidenza.
Con il senno di poi (miseri 33 anni dopo…), alcuni piccoli break
nell’ambito della song danno l’idea di erano i punti nei quali la band
dal vivo poteva divagare.

I SEE YOU
Una delle cover che gli Yes avevano in repertorio nei loro primissimi
mesi di vita, anche perché non potevano mica campare con In The Midnight
Hour in versione da 90 minuti per sempre…
Anche in questo caso le armonie vocali sono preponderanti, solo che la
canzone viene riproposta in maniera molto jazzata con un lungo assolo di
Peter Banks sottolineato solo dal drumming di Bruford, che esplode in
maniera molto rock con gli stacchi di organo e basso e la chitarra ora
molto più grintosa di Banks a condurre le danze fino alla strofa finale.
Anche qui con il senno di poi, il basso di Squire fa capire che qualcosa
di leggermente diverso dal solito sotto-sotto c’è.

YESTERDAY AND TODAY
Oggidì parleremmo di tipica ballata andersoniana, una chitarra acustica,
un pianoforte e un vibrafono “perfido” (a Venezia si direbbe una parola di
4 lettere che inizia con la lettera “b” per chi conosce il dialetto, hehehe)
a pennellare sotto i vocalizzi trasognati di Jon.
Se vogliamo proprio buttarla lì, una Wonderous Stories ante-litteram…

LOOKING AROUND
Già più simile a Beyond And Before, come struttura, ma molto più agile nella
struttura, con un Kaye aggressivo all’organo Hammond, la cui mano sinistra
è doppiata da Squire, con un Banks molto “heavy” si sarebbe detto all’epoca,
mentre le voci vanno in un botta-e-risposta tra coro e Anderson.
Bello il finale, corale, sempre sulla base di organo con gli stacchi di tutta
la band che si perdono in break finale riverberato tipico dell’epoca.

HAROLD LAND
Inizio molto beat, con basso e batteria a creare un giro ritmico base molto
“sbarazzino” sul quale Kaye all’organo divaga. Ma anche qui subito la
beatlesianità di base salta fuori all’attacco della strofa, con un’apertura di
strofa molto d’atmosfera, per poi riprendere tutto in maniera tipicamente beat
fino al coda con il beat sbarazzino iniziale concluso con la scala ascendente
di piano e organo.

EVERY LITTLE THING
Ecco uno dei veri cavalli da battaglia “On Stage” degli Yes!
Casualmente firmato Lennon & McCartney, questa cover beatlesiana adattata
dagli Yes risentita adesso (anche attraverso i bootlegs live e nastri privati
che sono nel frattempo venuti fuori), fa rendere parzialmente giustizia al
perché e percome gli Yes avessero un seguito live molto più fedele che non
“in studio”.
Infatti gli stacchi strumentali sembrano subito assumere un altro spessore
rispetto alle trasposizioni vocali, proprio per le cavalcate live che
poi conducevano.

SWEETNESS
Ancora frammenti di pop-psichedelico mescolato con la ballata andersoniana,
in un atmosfera sempre sospesa punteggiata dai cori vocali della band.
Ma qui abbiamo forse uno dei primi punti in cui il suono Yes comincia a farsi
notare in maniera definitiva: il breve bridge vocalizzato (senza testo)
comincia a far intravedere dove il gusto armonico Yes può arrivare.

SURVIVAL
Come Squire apre il disco, così Squire chiude il disco aprendo l’ultimo brano
con un mini assolo di basso, filtrato dal wha-wha, che fateci caso ce lo
ritroveremo sparato (anche se raffinato e filtrato dal tempo) nell’assolo
live di The Fish su Yessongs, e che sarà la base anche per l’assolo di basso
che Squire eseguirà live anche prima di comporre The Fish.
Altra caratteristica di Survival è l’essere il primo tentativo di mettere
assieme più tessuti armonici in sequenza, tra le varie parti cantate precedute,
o inframmezzate, dalle parti strumentali.
Il tutto poi concluso con un brevissimo, ma che a me è sempre suonato buffo,
“canone” tra organo, chitarra e basso.

Traduzioni di Sandro D’Addese e Davide Gori

BEYOND AND BEFORE – PRIMA E DOPO

Alberi scintillanti di schiuma d’argento
proiettano dolci ombre nella casa invernale
Rami oscillando spezzano il suono
nelle foreste solitarie la terra trema.

Mascherando le foglie di blu
Percorre cerchi completi attorno alla rugiada del mattino
In percorsi che tu capisci
Raggiungendo il prima e dopo

Il tempo come polvere d’oro avvolge la mente
verso livelli nascosti sotto il terreno
Pronunciare qualche parola al vento
questo è tutto quello che è rimasto degli inverni amici

Raggiungendo la neve
Nei giorni del freddo
lanciando un incantesimo fuori dal ghiaccio
Adesso che te ne sei andata
l’estate troppo lunga
e sembra la fine della mia vita
Raggiungendo il prima e dopo

Il tempo come polvere d’oro avvolge la mente
Il tempo come polvere d’oro avvolge la mente

I SEE YOU – IO TI VEDO

Io ti vedo, la la la la la la io ti vedo
Io ti vedo, la la la la la la io ti vedo
Io ti vedo, la la la la la la io ti vedo
Il sole sorride attraverso le tue chiome
Il vento accarezza i tulipani spaziali seduta qui
Io ti amo
Alla tua porta al secondo piano è la prima guerra mondiale
Io ti amo
Chi ascolta
racconta ai tuoi amici che io so che lei mi vuole bene
Chi ascolta
Macchie verdi splendono in una spirale oltre il cielo
Mi afferrano gli occhi, giro la testa e devo vedere anche se non so perchè
Io ti vedo
Dovunque dietro i tuoi capelli e oltre
Io ti vedo
Io ti vedo e nonostante i tuoi occhi possano mentire io ti capisco

Io ti vedo
Il sole sorride attraverso le tue chiome
Il vento accarezza i tulipani spaziali seduta qui
Io ti amo
Alla tua porta al secondo piano è la prima guerra
Io ti amo
Io ti vedo,
Dovunque dietro i tuoi capelli e oltre
Io ti vedo
Io ti vedo e nonostante i tuoi occhi possano mentire io ti capisco
Io ti vedo
Io ti amo,
Io ti amo alla tua porta al secondo piano è la prima guerra

Io ti amo
Io ti amo
Io ti amo
Io ti amo
Io ti amo
Io ti amo

YESTERDAY AND TODAY – IERI E OGGI

Perchè tu sei la,
quando la sono pochi,
La gente intorno mi fa sentire bene.
Perchè io sono la,
Quando l’aria è libera,
Qualcosa riesco a vederla meglio di quanto dovrei,
Ci siamo solo noi,
semplicemente perchè,
Pensando a noi ci sentiamo entrambi felici
Penso a te in tutti i modi, così ieri come oggi,
Penso alle cose che facciamo ovunque ogni giorno.
Fermo nel mare,
suona canzoni per me,
Suona felicemente facendomi sentire bene,
Guardando i tuoi occhi,
Sentendo i tuoi sospiri,
pronunciando addio meglio che posso,
Ci siamo solo noi,
semplicemente perchè,
Pensando a noi ci sentiamo entrambi felici
Penso a te in tutti i modi, così ieri come oggi,
Io non penso ad altro che a te e alle cose che facciamo, le cose che facciamo.

LOOKING AROUND – GUARDANDO INTORNO

Guardandomi attorno
Non c’è molto della vita che io mi sia perso
Cose che io non posso vedere
Toccherò e sentirò e poi bacerò
Allora io come te restando qui
con un sorriso che non posso condividere
Guardo solamente intorno, ovunque.
Armonie che non posso udire,
riceveresti per un momento il mio sorriso
Prezzi che sono troppo cari
Io difficilmente porgerei un altro sorriso
Allora io avvertii una melodia così perfetta
Era nella luce della notte
ascolto appena intorno in ogni dove
Tutte le cose che ho desiderato di fare
prendi quel tanto di tempo da mettere intorno a te
devi solo allungare una mano, afferrare e tenere la presa
sui binari dell’umiltà e della lussuria ma mai mentendo o tentando
devi solo continuare ad andare avanti senza mai morire.
Sorrisi che io non vedo
li comporrò man mano che andrò avanti
Risate che semplicemente non possono esistere
Le creerò e userò con chiunque
Allora io ti vidi
con un sorriso sul tuo viso
Guardando solamente intorno ovunque
Guardando intorno con i miei piedi sulla terra piena di parole e
suono che porta sorrisi tutt’intorno

Soddisfami con le tue parole piene di musica e io
vedrò che stò solamente guardandomi intorno.

HAROLD LAND

Harold Land che con un cenno della sua mano,
disse addio a tutto quello,
Pagò i suoi conti, fermò la consegna del Latte, e poi si mise il cappello sulla testa
Provò a porgere gli ultimi saluti il più rapidamente possibile
Promettendo che sarebbe ritornato, anche se dubitava
Dubitava che ce l’avrebbe fatta.

Ora stà marciando come soldato sotto la pioggia
come nella guerra percorsa
Una lunga linea sottile della mente umana,
dannazione come loro fardello!
Nel fango nella buia freddezza lui ha frantumato la sua paura,
Quale sconvolgente visione lui ha percepito al posto di
una che è così piacevole al posto di una che è così piacevole
Ora sta tornando a casa, tornando a casa nella terra che ha tanto amato

Tornando a casa lui ha combattuto per due anni interi durante
i quali non ha provato dolore,
Sta tornando a casa, tornando a casa.
Harold Land con un cenno della mano si fermò tristemente sulla scena
Brandisce nastri rossi da una medaglia ma non dimostra la sua età,
solo due anni sono passati tra la sua partenza e il ritorno a casa.
Ha perso il suo amore e la giovinezza guidando l’attacco guidando l’attacco
Conversando potrebbe essere detto,
Dalla guerra il tuo cuore è morto,
Beh non è difficile da credere,
Harold Land è un uomo senza più cuore.

EVERY LITTLE THING – OGNI PICCOLA COSA

Quando cammino accanto a lei,
la gente mi dice che sono fortunato
Si, so di essere un ragazzo fortunato
Ricordo la prima volta
Ero solo senza di lei
ora non posso smettere di pensare a lei
Ogni piccola cosa che lei fa
che fa per me yeah
e tu sai le cose che fa
che fa per me
Quando sono con lei mi sento felice
proprio perchè so che lei mi ama
Si io so che lei mi ama ora
c’è una cosa sola di cui sono sicuro
perchè io so che l’amore non morirà mai.

SWEETNESS – DOLCEZZA

Lei porta la luce del sole in un piovoso pomeriggio
Lei versa la dolcezza e la mescola con un cucchiaio,
Lei cura i miei umori e non mi lascia mai abbattere
Lei diffonde la dolcezza dappertutto
Lei sa cosa dire per farmi sentire meglio dentro
e quando sono solo io sento di non voler nascondermi.
Oggi mi ha preso in disparte e mi ha detto dove era stata
Lei ha messo la mia mente al sicuiro e le ha donato la dolcezza
Io le chiederò del tempo per andare e guardare
Lei diffonde la dolcezza dappertutto
Lei sa cosa dire per creare una giornata di sole
E quando sono solo in realtà non mi sento tale.
Dimmi come ti sentiresti se il mondo non fosse il tuo
e non avessi nessuno a cui appoggiarti, io non posso nemmeno immaginarlo
Io sono così felice che sia oggi e che tu sia qui.

SURVIVAL – SOPRAVVIVENZA

Il tramonto lentamente si muove e da qualche parte in un campo una vita incomincia,
Un embrione troppo presuntuoso per impossessarsi della
forma delle cose a venire,
Questo causa l’inizio della corsa, la vita è iniziata, l’arma vola veloce.
La madre volò troppo tardi e la vita dentro l’embrione
venne lasciata al destino,
non conoscendo realmente come il mondo al di fuori
l’avrebbe presa quando sarebbe arrivata,
e la vita è la stessa per le cose sulle quali noi puntiamo, siamo noi da biasimare?
Non dubitare del fatto che ci sia vita dentro di te,
i finali di ieri saranno quelli che la vita darà a te domani,
tutto questo muore, muore per una ragione,
per porre la sua forza nella Stagione,
Sopravvivenza, Sopravvivenza,
Loro scelgono un cammino come noi lo porgiamo,
le esistenze devono di vivere,
le esistenze devono conoscere.
L’embrione distrugge tutto quello che è al di fuori, gli uccelli striscianti
iniziano a urlare e gridare,
Dove è il padre uccello, sorge solitudine e si ode il suo nome
squilla quando una vita inizia, la sopravvivenza vince, le sopravvivenze trasgrediscono
Così presto la sera arriva, con la sua corsa dolorosa e con la
paura dell’odio che potrebbe ancora rimanere in chi pensa
che lui possa ancora sfuggire al suo destino? E’ troppo tardi,
non sottovalutare, apprezza.
E stiamo andando tutti
E stiamo andando tutti
E stiamo andando tutti da qualche parte!

1970
Copertina dell’edizione inglese

1. No Opportunity Necessary, No Experience Needed 4:47
2. Then 5:42
3. Everydays 6:06
4. Sweet Dreams 3:48
5. The Prophet 6:32
6. Clear Days 2:04
7. Astral Traveller 6:50
8. Time And A Word 4:31

Copertina America/Europa

E’ curioso notare come Steve Howe appaia nella copertina americana ed europea
del secondo disco senza neppure suonare una nota.
Infatti la copertina inglese creò “in quel tempo” un certo scandalo per la presenza
di una figura femminile discinta in copertina, costringendo l’Atlantic a correre ai
ripari. Solo che, nel frattempo, Peter Banks era già uscito dalla band e quindi
Steve Howe si trovò a posare per la nuova foto ufficiale del gruppo che diventerà, poi,
la copertina del secondo disco degli Yes…

Inoltre le prime due edizioni in vinile di questo disco stampate in Germania
contengono un missaggio completamente diverso da quello al quale siamo abituati.

Per i più assatanati questi sono i numeri di catalogo da ricercare…

Atlantic MLP 15 367 (prima tiratura)

Atlantic 40 085-Z (seconda tiratura).

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su ciascun
brano di questo secondo disco della saga Yes. Siamo nel 1970. Io avevo 10
anni, non avevo la più pallida idea della loro esistenza (degli Yes, ovvio).
Anche questo disco come il precedente primo disco, ha visto la presenza di
una doppia copertina, una per l’Inghilterra e una per gli Stati Uniti.
In questo caso, la presenza di una figura femminile con “i bottoncini”
(diceva Arbore ai bei tempi de L’Altra Domenica) in quasi primo piano aveva
costretto la Atlantic a sostituire di corsa il disegno di Loring Euteney
con una foto ufficiale Yes per gli States. Piccolo problema: Peter Banks
aveva appena lasciato gli Yes e Steve Howe lo aveva appena sostituito.
Che fare? Semplice: mettere la nuova foto del gruppo con Steve in copertina!
Problemi? Zero.
Solo che Steve qui non suona una nota che è una.
Neanche il campanello dello studio di registrazione…

NO OPPORTUNITY NECESSARY, NO EXPERIENCE NEEDED
Ahhh, il buon vecchio Lesile+organo Hammond. Che c’è di più bello per
iniziare un album? Tirare dentro subito una sventagliata orchestrale,
per poi partire con un serrato riff di basso (anticipatore di Roundabout?)
di Squire assolutamente straripante, che fanno da base alle strofe cantate
da Anderson.
E’ questo il primo disco in cui gli Yes usano un’orchestra per completare
il suono delle loro songs (dovremo aspettare il 2001 per il secondo
rendez-vous con un orchestra, anche se su basi completamente diverse
in Magnification). Ricordo incidentalmente che in questo periodo vi fu,
ad esempio, il “Concerto for Group and Orchestra” dei Deep Purple alla
Royal Festival Hall, i Nice di Keith Emerson avevano già aperto il
periodo delle contaminazioni del pop/rock con la musica classica, e che
altri gruppi avevano iniziato a sperimentare la fusione di rock e
orchestre tradizionali.
Povero Richie Havens!
Lui che con la sua chitarra poco prima aveva intonato Freedom a
Woodstock, ora si ritrova coverizzato in maniera orchestrale.
Per quanto riguarda le orchestrazioni di Tony Cox, dire che qui siano
enfatiche è dir poco.
Però anche qui c’è un piccolo germoglio Yes decisamente a d.o.c., subito
dopo le sviolinate e le strombettate centrali c’è una breve modulazione
che riporta poi nella strofa finale che, sempre con il senno di poi, fa
capire dove gli Yes sarebbero andati a parare in versione live.
Anche in questo caso il finale è brusco e riverberato come d’uopo all’epoca.

THEN
Una ballata andersoniana che potrei definire travisata, sia dai contrappunti
orchestrali che dalle giocate armoniche di chitarra e organo nel corso
dello svolgimento delle strofe. Anche qui un’altro germoglietto Yes che
affiora, il fatto che la parte strumentale verso la fine sia totalmente a
parte dalla ballata strettamente base, dando quindi la possibilità alla
band di cominciare ad espandere gli orizzonti, fino ad arrivare all’etera
strofa finale con atmosfere distese e dilatate, che raggiungeranno il loro
apice in Close To The Edge, anche se poi il finalino “drammatico” della
sezione dei fiati orchestrali risolve in maniera sospensiva tutto il brano.

EVERYDAYS
Una cover di Stephen Stills. L’inizio è molto scuro e dilatato sulla base
jazzata di Bruford, l’orchestra viene utilizzata solo come tavolozza di colore
Inizia in maniera molto eterea Anderson, con pennellate di chitarra e tastiera,
con Squire a tessere in sottofondo una linea di basso assai poco ortodossa
dal punto di vista della west coast.
Dopo il break strumentale si apre la parte di solo di chitarra di Banks con
una sezione ritmica scatenata che si scioglie nella seconda parte dove organo
e archi doppiano all’unisono il tema fino a ritornare all’atmosfera di apertura
per la strofa conclusiva.

SWEET DREAMS
E qui ci ritroviamo in zona ex-Warriors, l’ex gruppo di Anderson, dato che
questo brano è scritto da Anderson con David Foster.
Qui siamo in zona pop tradizionale della fine anni sessanta. Non a caso venne
fatto uscire anche come singolo.
Canzone di maniera, a mio parere, con un accattivante riff di basso, su una
serrata base di batteria e un tappeto di organo Hammond con massiccie dose
di Leslie.

THE PROPHET
Una lunga introduzione di organo che fa da trampolino al riff di apertura
esposto prima dall’orchestra e poi dal basso, seguita da un secondo temino
portato avanti dall’organo e dalla chitarra prima dell’apertura della strofa
iniziale. Cantato che viene sostenuto da uno Squire straripante al basso con
l’orchestra in sottofondo. Anche in questo brano (tra l’altro, credo, mai
eseguito live) si possono notare delle Yes-tendenze del futuro, ovvero dei
repentini cambi di atmosfera tra strofa, ritornello e interludi.
Il finale classicheggiante con un organo quasi “emersoniano” conclude l’episodio.

CLEAR DAYS
Un altra ballata andersoniana, stavolta sottolineata e sostenuta dagli archi
dell’orchestra e dal piano.
Il finale della sezione d’archi è di stretta osservanza beatlesiana.
Non ne sentir(ò)emo la mancanza…

ASTRAL TRAVELLER
Sempre Anderson in cabina di regia, ma stavolta in maniera molto più corale
il gruppo partecipa, con le voci tutte filtrate per dare un’ambientazione
“spaziale” al tutto. Ambientazione spaziale che si perde nel contrappunto
centrale a tre voci (basso, chitarra e organo), per dare poi spazio al doppio
assolo di Banks alla chitarra (jazzato e chiuso il primo, grintoso e rock il
secondo), che si chiude nella ripresa del riff di apertura dell’organo per il
rientro della voce di Anderson. Il finale riprende la soglia spaziale per una
rapida dissoluzione del suono.

TIME AND A WORD
La titletrack del disco è una classica ballata di Jon Anderson che verrà
riproposta nella sua più convincente versione “quasi-live” di Keys To
Ascension 2 nei tre concerti di San Luis Obispo.
Qui il tutto si svolge in un crescendo continuo fino all’ingresso dell’orchestra
che si inserisce in una sorta di continuo sulla ripetizione degli ultimi due
versi del ritornello, che diventeranno uno dei motti preferiti dei fans degli
Yes e dello stesso Anderson (vedi ad esempio la citazione eseguita nel tour
di The Ladder esemplificato anche nel cd e nel dvd House Of Yes).

Traduzioni di Sandro D’Addese e Davide Gori

NO OPPORTUNITY NECESSARY, NO EXPERIENCES NEEDED
NON SONO NECESSARIE OPPORTUNITÀ ED ESPERIENZE

Esci nella notte
Quando sei sola
Ascolta il suono
che le tue orecchie non percepiscono
Io so che la tua croce è più pesante
ad ogni passo, ogni passo
Ma io conosco un uomo
Che percorrerebbe miglia per te.

Fermati! Resta dove sei
dai uno sguardo a te stessa
dai un completo sguardo a te stessa
Non puoi dirlo a tua madre,
Lei ti direbbe solo
Che ti aveva avvertito
la vita che stai conducendo
Lei non crederà ai
Veri scherzi della vita che tutti sappiamo.

L’alba diventa giorno
E il suo riflesso dura
Nel giorno e nella notte
E noi non riusciamo ancora a capire
Perchè dobbiamo aspettare
La luce del mattino
Per svegliarci e vivere
Per svegliarci e vivere
Per svegliarci e vivere

THEN – DOPO

E in un tempo che si sta avvicinando
La vita sarà più vecchia- dopo.
Le anime saranno complicate
La vita sarà consumata- dopo.
I cuori saranno presto portati
nelle nostre menti per sempre- dopo.

Finchè riusciremo a vedere
Saremo solo noi a poterlo cambiare
Solo noi potremo riordinarlo
All’inizio di un nuovo giorno.

L’amore è la sola risposta
L’odio è la radice del male- dopo.
La verità è per l’esistenza
E ci permetterà di vedere- dopo.
I pensieri saranno presto uniti
nelle nostre menti per sempre- dopo.

E in un tempo che si sta avvicinando
La vita sarà anche più spavalda- dopo.
I pensieri saranno presto uniti
nelle nostre menti per sempre- dopo.

EVERYDAYS – OGNIGIORNO

Dai uno sguardo ai tristi addii
Ogni giorno è un momento che uccide
Fuori il sole sta sorgendo
Nessun uomo è nato in questo tempo
Al sabato il bambino rimane a casa
Non c’è molo da dire
Bene bene bene un altro giorno
Bene bene bene un altro giorno
In drogheria per venti dollari
Ricevi in cambio ciliegie di plastica
Sull’albero l’Uccello Parlante mi guarda
Nessuna parola
Ogniuno guarda e tu non puoi vedere
Non può essere ignorato così facilmente
Bene bene bene un altro giorno
Bene bene bene un altro giorno
E’ leggero dentro le cose capricciose
come l’estasi, il suono degli alberi,
Praticamente nulla, è quello che vede il bambino
Una bella faccia è tutto
Più di un posto fuori dagli sguardi
Una vecchia signora con scarpe rosse
Un miglione di fumetti tutti usati
Guidi oltre le colline per dimenticare le tue lacrime
Portandole fuori dalla seconda marcia
Bene bene bene un altro giorno
Bene bene bene un altro giorno

SWEET DREAMS – SOGNI D’ORO

I sogni dolci consolano il futuro
I sogni dolci contemplano il passato
Le cose dolci che fanno parte del tuo carattere
Queste cose saranno sempre le ultime
Queste cose costruiranno

I sogni dolci di una conversazione
I sogni dolci di una storia d’amore
Le dolci parole che fanno parte del tuo carattere
Dolci parole di cose che vengono
Dolci parole di cose che vengono

Vieni fuori e scrivi le tue lettere
Tu sai che in ogni caso sarà meglio
Tu stai per ridere di nuovo
Tu stai per sorridere di nuovo
Tu stai per amare di nuovo

I sogni dolci sono nati dentro di te
I sogni dolci che sono nati per ultimi
I pensieri dolci che fanno parte del tuo carattere
Questi pensieri saranno gli ultimi
Questi pensieri saranno gli ultimi

THE PROPHET – IL PROFETA

Tempo fa un uomo alto raccontò un’antica fiaba
Quello fu solo un tentativo per cercare il senso della vita
Traendo piacere dai suoni percepiti dalle sue orecchie essi ubbidirono
Nella sua vita un momento di piacere mai ritardato
Si sentiva perso e nella sua fede trovo un nuovo significato
Vedendo le cose sotto un’altra luce la sua vita fu compensata

Parole di pace avrebbero riempito la sua mente e cambiato il suo stile di vita
Incontri sereni con il suo cuore lo hanno reso più vivo
Incontrando una saggia e anziana donna sui dirupi della vita stessa
chiedendo non una semplice spiegazione, ma più per se stesso

Presto ci troveremo come lui ha proclamato, un nuovo modo di vivere
Ricevi le cose di cui hai bisogno nella vita, ma ricorda di donare
Profezia che sentirai dentro potrai esprimerle all’esterno
Profezia che alcuni moriranno ma solo chi dubitava
Poi non proverai più alcun dispiacere come spesso eri solito fare
Ricorda solo che quando te ne andrai ci sarà un tuo successore

CLEAR DAYS – GIORNI PURI

Una volta ho conosciuto una dolce ragazza
Il suo corpo era il suo mondo e amore
La sua risata era come la felicità
Per tutto il tempo ho fatto tesoro di tutto ciò
In un giorno puro ci siamo amati per sempre

Una volta ho conosciuto un dolce sogno
Se la vita stessa era tutto ciò che possedevamo
chi stiamo aspettando da tanto tempo
Non dobbiamo essere tristi, ma sicuri
E un giorno ricorderemo
In un giorno puro saremo tutti insieme

ASTRAL TRAVELLER – VIAGGIATORE ASTRALE

E sulle rovine di una astronave
un uomo con gli occhiali si ergeva,
chiedendosi quando avrebbe potuto
spiccare un altro volo nel cielo
e volare alto verso qualche destinazione

Il viaggiatore astrale, vivendo senza lei
errando dove le luci si riuniscono,
lascia al di fuori il peso del corpo
Una volta in aria, la gente che sfida
Ha un grosso rispetto dell’esistenza
Un volo divino nella meravigliosa notte
Vale la pena per osservare tutti i panorami
Basta crederci

Il viaggiatore astrale,
vivendo senza lei,
errando dove le luci si riuniscono,
lascia al di fuori il peso del corpo

TIME AND A WORD – IL TEMPO E UNA PAROLA

Al mattino quando ti alzi
Apri i tuoi occhi
per vedere ciò che vedo io?
Vedi le stesse cose ogni giorno?

Pensi a un modo
per iniziare il giorno e agire di conseguenza?
Diffondi la novella e aiuta il mondo a girare.

Hai sentito di un tempo che ci aiuiterà ad affrontarlo ancora insieme?
Hai sentito di una parola che ci impedirà di sbagliare?

Bene il tempo è vicino,
La parola che sentirai
Quando tu osservi le cose in prospettiva
Diffondi la novella e aiuta il mondo a girare.

C’è un tempo e il tempo è adesso ed è giusto per me,
E’ giusto per me, il tempo è adesso.
C’è un parola e la parola è amore, ed è giusta per me,
E’ giusta per me, e la parola è amore.

1971

1. Yours Is No Disgrace 9:26
2. The Clap 3:07
3. Starship Trooper 9:23
4. I’ve Seen All Good People 6:47
5. A Venture 3:13
6. Perpetual Change 9:50

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Chris Squire: basso e voce

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su ciascun
brano di questo terzo disco della saga Yes. Siamo sempre nel 1970. Io avevo
sempre 10 anni, e continuavo a non avere la più pallida idea della loro
esistenza (degli Yes, ovvio).
Solo che Steve qui stavolta suona e come.
Qui inizia anche la collaborazione, fondamentale per gli Yes, con Eddie Offord
sia come tecnico del suono che come co-produttore del disco.

YOURS IS NO DISGRACE
Per ammissione dello stesso Bruford, il riff iniziale è ispirato dal telefilm
“Bonanza”, con l’organo Hammond ad aprire le danze. Ma già da qui si sente
che qualcosa è cambiato e che gli Yes stanno crescendo a dismisura, e
soprattutto in fretta. Il suono di Steve Howe, e soprattutto lo stile, iniziano
subito a prendere il loro giusto spazio. La parte vocale comincia a staccarsi
dalle influenze degli anni sessanta, e comincia a prendere la forma tipica i
quello che di lì a poco verrà ribattezzato “prog-rock”.
Il primo break arriva con la ripetizione della prima strofa accompagnata dalla
sola linea di basso e la ripartenza del tema di “Bonanza” per il primo assolo
del disco affidato alla chitarra (con wha e distorsore, prima) di Howe, che
malignamente la doppia in parte con l’acustica, che poi uscirà in maniera
evidente prima di lasciare spazio di nuovo alle elettriche (siamo già a 5 timbri
differenti di chitarra in meno di 6 minuti), la cosa non passa sotto silenzio di
sicuro (siamo nel 1970 e ci sono 16 piste a disposizione…).
Non è un caso che YIND (come si abbrevia in internet tra gli aficionados della
band) diventerà uno dei cavalli di battaglia live della band (la versione di
Yessongs resta per me la migliore)

THE CLAP
Prima traccia live della band. E’ un assolo di chitarra acustica scritto da
Steve Howe in onore della nascita del primogenito Dylan Howe. Registrato dal
vivo al Lyceum di Londra, riporta una versione molto pulita, che raramente
risentiremo in futuro. Da notare che la copertina e anche lo stesso Anderson
annunciano la canzone intitolata “The Clap”, mentre in realtà il vero titolo
è senza l’articolo, ovvero “Clap”.
Pensierino da “tossicodipendenza-Yes”: se Clap è registrata live al Lyceum,
sembrerebbe una cosa disdicevole tirare fuori il resto del concerto?

STARSHIP TROOPER
a. Life Seeker
b. Disillusion
c. Wurm

Ecco il terzo classico consecutivo della band, che diventerà anche questo un
classico da battaglia nei concerti dal vivo.
Qui si inizia anche un nuovo metodo compositivo degli Yes, quello di legare più
sezioni di differente provenienza compositiva assieme. Ad esempio il secondo
movimento, Disillusion, altro non è che lo sviluppo della parte centrale di un
brano “inedito” all’epoca dei primi Yes intitolato For everyone che vedrà la luce
solo nel doppio Something’s Coming contenente parte dell’archivio BBC delle
performance Yes del 69/70. Ed anche Würm altro non è che un brano proveniente
dai Bodast l’ultima band di Howe prima di entrare negli Yes.
E Starship Trooper diventa di fatto la prima mini suite della storia Yes, o se
preferite Yes-sonata per riprendere le più dotte dissertazioni musicologiche
del Mosbo sugli Yes.

I’VE SEEN ALL GOOD PEOPLE
a. Your Move
b. All Good People
Altro brano che a tutt’oggi è praticamente in repertorio fisso nei concerti live.
Il primo movimento è una ballata (con clamorose citazioni beatlesiane nel testo)
molto semplice ma efficace arricchita dalla scelta di utilizzare una chitarra
portoghese come base di accompagnamento, per poi sfociare nel secondo movimento
che invece è un tipico shuffle anni sessanta, arricchito da uno splendido assolo
di chitarra di Howe.

A VENTURE
Altro brano mai eseguito dal vivo, a dispetto del finale che lasciava intravedere
delle interessanti evoluzioni in concerto.
L’atmosfera è decisamente spaziale ma con ampie pennellate jazz nei riff conclusivi
delle strofe, mentre “quasi country” è la ritmica delle strofe. Ma è tutto il suono
nell’insieme ad avere una sospensione generale. Il finale è decisamente foriero di
chissà quali evoluzioni (che diventeranno poi South Side of The Sky?). Decisamente
notevole la parte di piano di Kaye.

PERPETUAL CHANGE
Fateci caso, a parte il brano precedente, tutti i brani di The Yes Album sono di
riffa o di raffa in repertorio costante della band. Parlare di “stato di grazia”
sembra esagerato?
Il brano si basa su un riff di chitarra sull’intervallo di quarta sospesa.
Il tutto poi condito dal drumming jazzato di Bruford, contrappuntato da Squire
in maniera mirabile. Le voci si basano su un botta e risposta tra Anderson e
Squire/Howe in quello che diventerà poi un marchio di fabbrica Yes.
Segue la parte degli assoli, che dal vivo vedrà spesso la band fare dei numeri
da fantascienza. Anche questo brano ha la forma della sonata, con l’esposizione
del tema, la sua variazione e la sua ripresa.
Inoltre nella parte finale il coro vocalizzato reca ancora una volta il segno
dell’eredità beatlesiana che gli Yes hanno metabolizzato in maniera strepitosa.

Traduzioni di Sandro D’Addese e Davide Gori

STARSHIP TROOPER – CAVALIERE SPAZIALE

Sorella uccello blu, che voli alta lassù.
Splendono le tue ali, protese verso il sole.
Celi i misteri della vita lungo il tuo cammino.
Sebbene tu li abbia visti, ti prego non farne parola.
Quello che non sai
Io non lo mai udito.

Cavaliere spaziale, continua a navigare.
Rincorri la mia anima, rincorri la vera notte.
Cela l’occasione dai miei occhi avidi.
Sebbene tu li abbia visti, ti prego non dirlo all’anima.
Quello che non puoi vedere
non può essere veramente completo.

Parlami dell’estate, del lungo inverno,
più lungo del tempo che riesco a ricordare,
Innalzando nuove vie,
Viaggiando su vecchie e abituali strade.
Ricordo ancora le parole vicino all’acqua,
I figli orgogliosi e le figlie che,
Nella conoscenza della terra,
Mi parlavano in dolci e abituali modi.

Madre vita, reggimi con fermezza.
Rincorri il mio sapere, più in alto del giorno stesso.
Perdere così tanto quanto tu puoi mostrare.
Sebbene tu li abbia visti, ti prego non farne parola.
Non ho mai nascosto di non sapere.

La solitudine è un potere che possiamo
dare o prendere per sempre
Tutto quello che io so può essere mostrato dopo che tu hai accettato
il fatto che ce ne sono stati altri prima di te.
Prendi quello che dico in un modo diverso,
e allora sarà facile dire che tutto questo è confusione.
Come vedo un nuovo giorno in me, posso mostrarlo se tu e tu possa seguirlo.

Parlami dell’estate, del lungo inverno,
più lungo del tempo che riesco a ricordare,
Innalzando nuove vie,
Viaggiando su vecchie e abituali strade.
Ricordo ancora le parole vicino all’acqua,
I figli orgogliosi e le figlie che,
Nella conoscenza della terra,
Mi parlavano in dolci e abituali modi.

I’VE SEEN ALL GOOD PEOPLE – HO VISTO TUTTA LA GENTE BUONA

YOUR MOVE – IL TUO MOVIMENTO
Ho visto tutta la gente buona voltare la propria testa
ogni giorno, soddisfatta delle mie scelte.
Ho visto tutta la gente buona voltare le proprie teste
ogni giorno, soddisfatta dalle mie scelte.
Prendi una diritta e forte rincorsa
per l’angolo della tua vita.
La bianca Regina agisce così velocemente
che non ha il tempo di renderti saggio.
Perchè è il momento, il momento nel quale il tuo
assieme alle sue novità è carpito per
le esigenze della Regina.
Spostami su ogni scacco nero,
usami ogni volta che vuoi,
ricorda solo che l’oro è tutto per noi
per catturare tutto ciò che vogliamo,
yea, yea yea, yea. yea, yea yea, yea.

Non ti chiudere in te stesso,
muovi indietro di due quadri,
mandami immediatamente un messaggio,
iniziandolo con una cura amorevole a te.
Perchè è il momento, il momento nel quale il tuo
assieme alle sue novità è carpito per
le esigenze della Regina.
Did dit did dit did dit …… Did dit did dit did dit ……

Non ti chiudere in te stesso,
muovi indietro di due quadri,
mandami immediatamente un messaggio,
iniziandolo con una cura amorevole a te.
Perchè è il momento, il momento nel quale il tuo
assieme alle sue novità è carpito per
le esigenze della Regina.
Did dit did dit did dit …… Did dit did dit did dit ……

Perchè è il momento, il momento nel quale il tuo
assieme alle sue novità è carpito.

FRAGILE
1971

1. Roundabout 8:29
2. Cans And Brahms 1:35
3. We have Heaven 1:30
4. South Side Of The Sky 8:04
5. Five Per Cent For Nothing 0:35
6. Long Distance Runanround 3:33
7. The Fish (Schindleria Praematurus) 2:35
8. Mood For A Day 2:57
9. Heart Of The Sunrise 10:34

Originariamente “Five Per Cent For Nothing” era intitolata
Suddenly It’s Wednesday“, ed il titolo fu cambiato al volo
quando gli Yes decisero di sostituire il loro primo manager con Brian Lane.

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su ciascun
brano di questo quarto disco della saga Yes. Siamo nel 1972. Io avevo 12 anni,
e tra meno di un anno avrei iniziato ad avere una pallida, beh diciamo pure
esplosiva, idea della loro esistenza (degli Yes, ovvio).
Qui inizia anche la collaborazione, fondamentale per gli Yes, di Rick Wakeman,
di fatto “IL” tastierista Yes per antonomasia.

ROUNDABOUT
Un loop di piano suonato rovesciando il nastro è l’accoglienza del secondo hit
di sempre degli Yes. Vagamente basato sulla vita on the road della band, la
canzone inizia il periodo della definitiva maturazione della band. Grandi
armonie vocali, un riff di basso tra i più rauchi e cavernosi del rock, delle
tastiere che escono dagli schemi stretti dell’Hammond (motivo per la dipartita
di Tony Kaye, il suo rifiuto di espandere il suo arsenale tastieristico, cosa
invece assolutamente naturale per il giovine Wakeman, enfant prodige della
Londra rock di quel tempo, appena uscito dall’esperienza del folk-rock degli
Strawbs), anche se in Roundabout tutti ancora presenti anche se in maniera più
barocca visto l’uso della mano destra che ha Wakeman e che caratterizzarà anche
i seguenti due album in studio (oltre al live Yessongs). Howe mescola chitarre
acustiche ed elettriche in maniera mirabile, con Bruford in netta crescita di
suono e stile.

CANS AND BRAHMS
(Extracts from Brahms’ 4th Symphony in E Minor 3rd Movement)
Caratteristica di Fragile è quella di contenere 5 brevi composizioni individuali
dei singoli membri degli Yes. Il primo a lanciarsi è Wakeman con questo assolo
di tastiere tratto da una sifonia di Brahms. In realtà questo è un brano di
ripiego per motivi contrattuali con un’altra casa discografica.

WE HAVE HEAVEN
Anderson è il secondo ad apparire con un brano che è una sorta di filastrocca
con sovrapposizione delle parti vocali tutte eseguite da Anderson stesso, con
tanto di finale “teatrale”.

SOUTH SIDE OF THE SKY
Di questo brano gli appassionati degli Yes potrebbero scrivere e parlare per
decenni. Misteriosamente eseguito solo due volte dal vivo in maniera incompleta,
è un brano che istantaneamente entra nella mitologia di qualunque Yes-fan.
Forse anche per questo motivo è da sempre in testa alla lista dei brani che
gli appassionati si aspettano/aspettavano di sentire dagli Yes dal vivo.
Storia di avventure alpinistiche in parti sperdute dell’universo, le strofe sono
sostenute da un riff di chitarra molto duro (per gli standard Yes), per poi
perdersi nella parte centrale con un Wakeman al piano ispirato come poche volte,
e soprattutto un intreccio vocale che, a mio parere, se non è diventato un punto
di arrivo della storia Yes, beh vi arriva davvero vicino!
L’intreccio delle voci sulla base di piano, con il basso e la batteria a tessere
un improba base ritmica sull’armonia della mano sinistra di Wakeman, in una
continua atmosfera di sospensione, portano il tutto a perdersi nel crescendo
sibilare degli oscillatori ad evocare il rumore del vento cosmico fino a
rientrare… nella “navicella” dove Anderson riprende la sua narrazione.
Un autentica gemma che adesso possiamo sentire di nuovo dal vivo con le
nostre orecchie (e magari più tardi grazie a qualcuno con un dat o un minidisc
con le pile belle cariche!!).

FIVE PER CENT FOR NOTHING
Questo è il contributo del… ragionier Bruford.
Inizialmente intitolato “Suddenly It’s Wednesday”, il titolo è stato modificato
quando gli Yes all’atto di cambiare manager promisero il 5% dei futuri introiti
al vecchio manager.
Breve composizione sbilenca totalmente fuori dagli schemi Yes. Forse una delle
cose annotate da Robert Fripp per accogliere di lì a poco Bruford nella sfera
King Crimson?

LONG DISTANCE RUNAROUND
Questo brano assieme al seguente ha sempre avuto un posto particolare nella
mia scala delle preferenze Yessiane. Considerato che suono il basso (e ho
pure un Rickenbacker 4001cs, il Chris Squire limited edition) potrebbe
spiegare molte cose (o forse tutte), ma resta il fatto che LDR ha uno dei
riff più peculiari in tutta la storia compositiva degli Yes. Non a caso è
saltato fuori a sorpresa nel tour con l’orchestra del 2001.

THE FISH (SHINDLERIA PRAEMATURUS)
Uno dei due o tre motivi che mi hanno fatto decidere di prendere il basso
in mano e di imparare a suonarlo (il Jack Casady dei Jefferson Airplane di
Thirty Seconds Over Winterland è di sicuro il secondo buon motivo, per il
terzo motivo credo avrei 18 o 19 casi di parità…).
Il brano è una sorta di composizione multistrato di basso Rickenbacker.
Basato su due tracce base costituite dagli armonici al 12° e al 19° tasto,
e ad un ostinato sul mi basso e susseguente glissato, si sovrappongo più
linee melodiche di basso, fino all’esposizione finale del coro vocale. Di
fatto The Fish è la “codifica” di quello che era già l’assolo di basso che
Squire eseguva già a partire dal tour di Yes Album con Howe.

MOOD FOR A DAY
Secondo fondamentale solo di Steve Howe stavolta con una chitarra spagnola
(corde in nylon). Atmosfere quasi mediterranee, ed una vena classicheggiante
pervadono questo brano che assieme a Clap diventerà la perenne base di tutti
i siparietti solistici di Howe con gli Yes.

HEART OF THE SUNRISE
Se avevo ancora qualche dubbio su quale sarebbe stato il mio strumento, beh
HOTS l’ha fugato definitivamente! Basato su un tempo in 6/8 ha uno dei migliori
riff di basso della storia del rock (ottimo anche a livello didattico, e ottimo
per scaldarsi prima di un concerto), ma non c’è solo Squire, ci sono tuti gli
Yes che girano a mille.
Anche qui la forma compositiva è quella della sonata. Si passa da momenti
sognanti a sprazzi di assoluto vigore, con esposizione, modifica e ripresa
dei temi che ogni volta si ripresentano on piccole modifiche e che portano
il brano ad un continuo crescendo di tensione che sfocierà nella ripresa
finale del riff di apertura con conclusione stoppata all’improvviso.

Ma le sorprese non finiscono qui.
Forse qui abbiamo uno dei primissimi casi di quasi “ghost track” invece che
su CD su… vinile. Infatti pochi secondi dopo la conclusione di HOTS si sente
il rumore di una porta che si apre di scatto e parte un reprise di
We Have Heaven a sorpresa che va in lento dissolvimento.

Traduzioni di Sandro D’Addese e Davide Gori

ROUNDABOUT – GIROTONDO

Io sarò il girotondo
le parole ti porteranno sempre più fuori
alteri il giorno nel tuo cammino
evovandone il mattino guidando attraverso il suono
dentro e fuori la vallata
La musica danza e suona
essi conducono i bambini in cerchio
Io passo il mio giorno nel tuo cammino
evovandone il mattino guidando attraverso il suono
dentro e fuori la vallata
Tutt’intorno al lago
le montagne escono dal cielo e loro
Stanno la
un miglio dopo noi saremo la e vi vedremo
in dieci vere estati noi saremo la
ridendo pure
ventiquattro ore prima del mio amore vedrai ch’io
sono la con te
Io ti ricorderò
il tuo profilo colmerà il panorama
di distanti atmosfere
evocandone il mattino guidando attraverso il suono
dentro e fuori la vallata
attraverso le nubi cangianti l’aquila cerca
giù sulla terra
inseguendo il vorticoso vento il marinaio vede
la sponda della terra
le ali delle aquile, danzando, creano come
cerchi irraggiungibili
rimaniamo tutto il tempo fermi perdendo un
migliaia di risposte dalle nostre mani
vicino alle tue più profonde paure noi ci troviamo
circondati da un milione di anni.

SOUTH SIDE OF THE SKY – A SUD DEL CIELO

un fiume e una montagna da attraversare
l’alba nelle montagne qualche volta perse
verso il sud tanto freddo da farci piangere
abbiamo mai patito più freddo di quel giorno
lontani un milione di miglia
tanto che sembrava esserci l’eternità in tutto

vai avanti, fu il solo urlo dei miei amici
in una qualche profontità dove potemmo sdraiarci
e riposare per il resto del giorno col freddo sul nostro cammino
abbiamo mai patito più freddo di quel giorno
lontani un milione di miglia
tanto che sembrava esserci l’eternità in tutto

i momenti passati sembravano perdersi in tutto il rumore
una tormenta sembrava essere una voce
del calore del cielo del calore quando muori
abbiamo mai sofferto più caldo di quel giorno
lontani un milione di miglia
tanto che sembravamo essere lontani un’eternità

l’alba nelle montagne qualche volta persa
il fiume può ignorare ogni conseguenza
e fondersi nel cielo riscaldandoti quando muori
abbiamo mai sofferto più caldo di quel giorno
lontani un milione di miglia
tanto che sembravamo essere lontani un’eternità

LONG DISTANCE RUN AROUND – LUNGA DISTANZA CORRE INTORNO

La lunga distanza corre intorno
Una lunga attesa per percepire il suono
Ricordo ancora quel sogno
Ricordo ancora il momento in cui mi hai detto addio
Hanno detto davvero bugie
lasciando nell’alba
abbiamo veramente contato fino a cento
una fredda estate passata ad ascoltare
caldi colori che fondono l’ira in pietra
Ricordo ancora quel sogno
Ricordo ancora il momento in cui mi hai detto addio
Hanno detto davvero bugie
lasciando nell’alba
abbiamo veramente contato fino a cento

HEART OF THE SUNRISE – IL CUORE DELL’ALBA

L’amore viene a te e tu lo segui
Perso sul cuore dell’alba
IMPROVVISA – DISTANZA
Come può il vento con le sue braccia
essere ovunque intorno a me

Perso su un’onda e dopo
Sognando sul cuore dell’alba
IMPROVVISA – DISTANZA
Come può il vento raggiungere me,
perso nella città

Perso nei loro occhi mentre ti affretti
a contare i vincoli che decidono di spezzare
L’amore viene a te e dopo
Sognando sul cuore dell’alba
Perso sull’onda dei tuoi sogni
Sognando sul cuore dell’alba
IMPROVVISA – DISTANZA
Come può il vento con le sue braccia
essere ovunque intorno a me
IMPROVVISA – DISTANZA
Come può il vento raggiungere me,
che mi sento perso nella città

Perso nei loro occhi mentre ti affretti
a contare i vincoli che hanno deciso di spezzare

Luce diretta che muove in perpetuo
La FORZA del colorato tramonto
Luce diretta che cerca ogni significato
della canzone
Lungo ultimo trattamento dell’espressione
legata alle parole cantate
Facile sognare in una sedia che si adatta perfettamente a te

L’amore viene a te e dopo
Sognando sul cuore dell’alba
IMPROVVISA – DISTANZA
Come può il sole con le sue braccia
essere ovunque intorno a me
IMPROVVISA – DISTANZA
Come può il vento raggiungere me,
che mi sento perso nella città.

1972

1. Close To The Edge 18:50
2. And You And I 10:09
3. Siberian Khatru 8:57

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…io modesto parere…

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su ciascun
brano di questo quinto disco della saga Yes. Siamo nel 1972. Io avevo sempre
12 anni, ed entro pochi mesi avrei iniziato ad avere una pallida, beh
diciamo pure esplosiva, idea della loro esistenza (degli Yes, ovvio), grazie
al solito fratello maggiore di un mio compagno di scuola che mi mise in mano
la sua copia di Close To The Edge e mi disse di ascoltarlo e di piantarla con
i Deep Purple (cosa che, confesso, non ho fatto del tutto ovviamente).

CLOSE TO THE EDGE
i. The Solid Time Of Change
ii. Total Mass Retain
iii. I Get Up I Get Down
iv. Seasons Of Man

Dunque che dire?
E’ il disco del malanno definitivo, musicalmente, per quanto mi riguarda.
Allora, avevo 13 anni, pretendevo di diventare una rock star, ascoltavo
Fireball dei Deep Purple leggevo Ciao 2001, insomma un normale teen-ager
del 1973. Forse con le orecchie già tendenzialmente aperte? Non so, però
con CTTE mi si è aperto un mondo inaspettato davanti.
Insomma gli Yes mi avevano definitivamente catturato!
La suite CTTE è la consacrazione definitiva del cesello compositivo della
band, e la consacrazione definitiva di Eddie Offord dietro ad un banco
a 24 piste.
Composta in studio a frammenti di 30 secondi alla volta, o giù di lì, CTTE
costituisce l’apice della cosiddetta Yes-sonata, come brillantemente
definito ed analizzato da Thomas Mosbø nel suo fondamentale libro
YES But What Does It Mean?.
Ogni singolo tema viene esposto, modificato e ripreso, ogni volta con un
andamento diverso.
Così il primo movimento è un accavallarsi di situazioni sonore (a partire
dai rumori “forestali” iniziali), il secondo espone la parte più propriamente
melodicamente e lirica della suite, la terza è la parte sognante e sospesa,
dove il gusto per i cori e le armonie raggiungono le loro massime vette, con
le liriche che si sdoppiano e si sovrappongono, il tutto sottolineato ed
accompagnato dalle tastiere di Wakeman, fino alla ripresa liberatoria del
quarto movimento con l’assolo di Wakeman che ci riporta alla concitata parte
cantata finale (ripresa del secondo movimento) e al gran finale che si
dissolve nuovamente nei rumori “forestali”.
Di sicuro alcuni dei migliori 18 minuti e 50 secondi del mio 1973…

AND YOU AND I
i. Cord Of Life
ii. Eclipse
iii. The Preacher The Teacher
iv. Apocalypse

La storia vuole che l’inizio di questa canzone non fosse null’altro che uno
Steve Howe intento ad accertarsi della accordatura della sua 12 corde acustica,
mentre Eddie Offord si era appena preparato un “tè di erba” ed aveva
proditoriamente fatto partire il registratore. Il tutto venne apprezzato da
Anderson che decise di mantenere questo sprazzo di vita di studio in testa al
brano che seppure in forma più breve è costituito dalla stessa formula
compositiva di CTTE. Naturalmente in questo caso ci sono dei piccoli spostamenti
nelle sezioni, ma l’impianto resta immutato.
Questo è di fatto il brano più eseguito “live” dagli Yes da questo disco, nel
corso degli anni anche con arrangiamenti diversi.

SIBERIAN KHATRU
Allora partiamo dal titolo. Per decenni ci siamo scornati per capire che cosa
volesse dire Khatru. Di sicuro non vuol dire “cratere”.
Poi è arrivato internet e le cose si sono chiarite.
Khatru significa “come tu desideri” in un dialetto asiatico che ora mi sfugge.
Ed è anche uno dei migliori esempi di come i testi di Jon Anderson non sempre siano
costituiti da concetti di senso compiuto, ma bensì molto spesso siano suoni che
ben si accompagnano all’ambiente musicale circostante.
Se con Fragile mi era diventato chiaro e limpido che il basso sarebbe stato il
mio strumento, SK ha di sicuro innescato il processo decisionale che una volta
scoperto Fragile sarebbe diventato irreversibile.
Qui abbiamo due temi che si sviluppano e si inseguono, sui quali si inseriscono le
armonizzazioni vocali dei “addetti alla voce” Anderson, Squire e Howe.
Ma è il tappeto sonoro di Wakeman in sottofondo a fare da fondamento a tutto
il brano, senza tralasciare un Bruford assolutamente perfetto nella scelta
del drumming.
Altri begli 8 minuti e 57 secondi del 1973…

Traduzioni di Sandro D’Addese e Davide Gori

CLOSE TO THE EDGE – VICINO AL LIMITARE

THE SOLID TIME OF CHANGE – LA CERTEZZA DEL CAMBIAMENTO

Una vecchia strega potrebbe chiamarti dal
profondo della tua disgrazia
E Riordinare il tuo modo di vivere verso la
concretezza della grazia mentale
Raggiungendo il tutto con la musica che
rapida giunge da lontano
E saggia il frutto dell’uomo, rimasto
perso nella lotta contro il momento.

E assicurando adesso i punti verso il nulla,
per poi guidarli ciascuno in futuro
Una goccia di rugiada può esaltarci come
la musica del sole e trascinar via l’evidenza
nella quale muoviamo e scegliamo il cammino
che stai percorrendo.

Vicino al limitare, dietro l’angolo
Non direttamente, non direttamente
Vicino al limitare, verso il fiume
Non direttamente, non direttamente.

Oltrepassata una linea che circonda i
cambiamenti dell’estate,
Spingendosi ad invocare il colore del cielo.
Aggirando un momento tessuto di mattini più
velocemente di quanto noi si possa vedere.
Superando tutti i momenti di preoccupazione
Lasciando indietro tutte i mutamenti
Alleviamo la tensione solo per scoprire
il nome del maestro.
Giù alla fine, intorno all’angolo
Vicino al limitare, proprio sulla riva
Le stagioni ti oltrepasseranno
Io salgo io scendo
Ora che tutto è finito e completo,
ora che tu trovi, ora che sei completo.

TOTAL MASS RETAIN – TOTALE TRATTENIMENTO DI MASSA

I miei occhi convinti, eclissati con la luna più
giovane raggiunta dall’amore.
Ella è cambiata come quasi affaticata fra
un chiaro destino sovrastante.
Ho crocifisso il mio odio e trattenuto il mondo
dentro le mie mani.
Ci sei tu, il tempo, la logica, o le ragioni che
non comprendiamo.

Il triste coraggio ha reclamato le sue vittime
restando per tutto quello che c’è da vedere,
come moventi corazzati che si avvicinano
scrutando il mare.
Così da allora è la corda, la licenza, o saranno
le ragioni che abbiamo compreso invano.

Giù al confine, vicino al fiume
Vicino al limitare, dietro l’angolo.
Vicino alla fine, giu all’angolo
Giù al confine, attorno alla riva.

Una chiamata umprovviso non dovrebbe
trascinare la memoria allarmata.
Pian piano il viaggio ti porterà fino all’arrivo.
Come separato da ogni realtà che tu hai mai
visto e conosciuto.
Porsi problemi solo per confondere la citazione,
oltrepassando percorsi che salgono per metà
nel vuoto.
E come li attraversiamo da parte a parte
sentiamo il totale trattenimento di massa.
Giù al confine, attorno all’angolo,
Vicino al limitare, attorno alla riva,
Le stagioni ti oltrepasseranno
Mi alzo, mi abbasso.

I GET UP, I GET DOWN – MI ALZIO, MI ABBASSO

Nel sua bianca veste
Puoi chiaramente vedere il triste sguardo della dama
dicendo che si è presa la colpa
per la crocifissione del suo dominio

Mi alzo, mi abbasso.
Mi alzo, mi abbasso.
Due milioni di persone soddisfano appena
Duecento donne che ne guardano una
piangere quando ormai è tardi
Gli occhi dell’onestà possono raggiungere
Quanti milioni di esseri noi inganniamo
ogni giorno
Mi alzo, mi abbasso, mi alzo, mi abbasso

Chi copre il mio ruolo
Io guardo con occhi cechi e vedo la via
La verità è tutta scritta nella pagina
Quanto sarò vecchio prima di essere
grande abbastanza per te.
Mi alzo, mi abbasso.
Mi alzo, mi abbasso.
Mi alzo, mi abbasso.

SEASONS OF MAN – LE STAGIONI DELL’UOMO

Il tempo tra le note racconta
il colore delle scene
Una perenne moda di trionfi muove l’uomo
e questo è quello che appare
E lo spazio tra la forma resa ascende
la conoscenza dell’amore
Come la bramosia e la possibilità sviluppano
il tempo, e la persa moderazione sociale detta legge.

E poi, accordandosi con l’uomo che
ha mostrato il suo braccio proteso verso lo spazio,
Egli ha voltato e ha indicato una direzione
svelando tutta la razza umana
Ho scosso la testa e sorriso in un sussuro
riconoscendo il luogo che vedevo

Sulla collina abbiamo percepito il silenzio della vallata
Chiamati a testimoniare i cicli del passato
Raggiungendo tutto questo con movimenti
tra le osservazioni compiute
Vicino al limitare, giù al fiume,
Giù alla fine, dietro l’angolo,
Le stagioni ti oltrepasseranno
Ora che tutto è finito e compiuto
Chiamati a seminare, diretti verso il sole
Ora che hai trovato, ora che sei completa
Le stagioni ti oltrepasseranno
Mi alzo, mi abbasso.
Mi alzo, mi abbasso.

AND YOU AND I – E TU ED IO

CORD OF LIFE – IL LEGAME DELLA VITA

Un uomo ha concepito le risposte
al sogno
curando i fiori giorno per giorno, percependo
tutti gli argomenti
Come una fondazione lasciata per creare gli intenti
Un movimento riguadagnato e considerato
insieme,
Tutto è completo nel vedere la vita seminata
con te.
Il cambiamento è solo per uno sguardo al suono,
lo spazio acconsente.
Tra l’immagine del tempo dietro
la facciata della necessità,
arrivando rapidamente a porre termine a tutte le espressione posate,
l’mozione ha rivelato come l’oceano sia vergine,
e tutto è completo nel vedere la vita seminata con te.

Monete e croci
Gira intorno sarto, assaltando
senza mai conoscere il loro inutile valore
Tutti i mattini dell’interesse
mostrato, presentandone un’altro
al legame
i legami sono rotti,
tutto ciò che rimane muore, riscoprendo la
porta che ha girato attorno,
rinchiuse nel cuore della madre terra.
per chiudere il coperchio,
tutto l’interesse mostrato,
Loro non lo nasconderanno, o terranno, loro non te lo diranno
per cambiare verso qualcosa d’altro,
verso il segno della tua tortuosa scalata del tempo
osservando il mondo, osservando del mondo,
osservando noi che passiamo.

Tu ed io scaliamo oltre il mare verso la valle,
tu ed io ci sforziamo per raggiungere le ragioni da chiamare.

ECLIPSE – ECLISSI

Arrivando rapidamente a porre termine a tutte le espressione posate,
l’mozione ha rivelato come l’oceano sia vergine,
Un movimento riguadagnato e considerato
insieme,
e tutto è completo nel vedere la vita seminata con te.

THE PREACHER THE TEACHER – IL PREDICATORE IL PROFESSORE

Il triste predicatore inchiodato sulla
colorata porta del tempo;
l’insano professore è là, memore della rima.
Non ci sarà un nemico mutante che
dovremo controllare;
termini politici come tristi spoglie, moriranno.
Ti avvicini non appena gusti futuri
iniziano ad entrare in te.
Ooh, ooh,
Ho ascoltato attentamente ma non ho potuto vedere
il tempo della vita cambiare me dentro e fuori
Il predicatore è addestrato ad abbandonare il proprio nome;
il professore viaggia, chiedendo di essere
compreso per quello che è.
Alla fine concorderemo, accetteremo,
immortaleremo
che la verità dell’uomo matura nei suoi occhi,
e tutto è completo nel vedere la vita seminata
con te.

Arrivando rapidamente a porre termine a tutte le espressione posate,
Un movimento riguadagnato e considerato
insieme,
l’mozione ha rivelato come l’oceano sia vergine,
un futuro più chiaro, mattino, sera
e notti con te.

APOCALYPSE – APOCALISSE

Tu ed io scaliamo, oltrepassando le forme
del mattino.
Tu ed io raggiungiamo il sole per la riva.
Tu ed io scaliamo, chiaramente, verso i
movimenti,
Tu ed io chiamati oltre la valli dei mari infiniti.

SIBERIAN KHATRU – SIBERIANO COME TU DESIDERI

Canta, uccello predatore;
la bellezza inizia ai tuoi piedi.
Credi nel destino?
Un chiodo d’oro immacolato, stracciato
dalla distanza dell’uomo
quando questi osservano la vetta.

Anche la Siberia subisce attraversa i cambiamenti
Porgere ed esporre;
schiacciare la finestra.
senza limite, fiume
Porgere il mattino che viene fino alla vista
coda blu, la coda vola
Il fiume scorrenndo dritto sopra la mia testa.
Come è la canzone?
Chi possiede l’anello?
E l’anello, e tu mi troverai mentre arrivo.
Un freddo re regnante, possiede tutti i tuoi
segreti mentre producono movimento.

Anche la Siberia subisce attraversa i cambiamenti
Porgere ed esporre;
schiacciare la finestra.
senza limite, fiume
Porgere il mattino che viene fino alla vista
coda blu, la coda vola
Il fiume scorrendo dritto oltre il
limite del bordo, fiume, coda blu, la coda vola,
Luther, nel tempo.
Doo – d’n – doo – dit, dah, d’t – d’t – dah.

Schiacciare la finestra.
porgere il mattino che viene fino alla vista
Il caldo lato della torre;
verdi foglie rivelano il cuore parlante come tu desideri

Un chiodo d’oro immacolato,
stracciato dalla distanza dell’uomo
quando questi osservano la vetta.
Un freddo re reggente
Ripara la donna che canta,
mentre essi producono il movimento.
Anche la Siberia subisce attraversa i cambiamenti
Porgere ed esporre;
schiacciare la finestra.
fuori dal bordo del fiume,
Porgere il mattino che viene fino alla vista
coda blu, la coda vola
Il fiume scorrenndo dritto sopra la mia testa.
fuori dal bordo del fiume,

Coda blu, la coda vola, Luther, nel tempo,
la torre del sole, domandando, copre, amante,
Giugno lancia, luna veloce, come uno, cambiamenti,
cuore d’oro, colui che lascia, il segno dell’anima, movente,
Christian, mutante, richiamato, salvatore,
cancello lunare, scalatore, rotazione, aliante.

1973

1. Opening Excerpt From “Firebird Suite” 3:45
2. Siberian Khatru 9:50
3. Heart Of The Sunrise 11:26
4. Perpetual Change 14:08
5. And You And I 10:55
6. Mood For A Day 3:52
7. Excerpts From “The Six Wives Of Henry VIII” 3:52
8. Roundabout 8:33
9. I’ve Seen All Good People 7:00
10. Long Distance Runaround / The Fish 13:45
11. Close To The Edge 18:41
12. Yours Is No Disgrace 14:21
13. Starship Trooper 9:25

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…mio modesto parere…

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su questo
sesto disco della saga Yes. Siamo nel 1973. Io avevo 13 anni, e da pochi
mesi avevo iniziato ad avere una idea della loro esistenza (degli Yes, ovvio),
grazie al solito fratello maggiore di un mio compagno di scuola che mi mise in
mano la sua copia di Close To The Edge e mi disse di ascoltarlo e di piantarla
con i Deep Purple (cosa che, confesso, non ho fatto del tutto ovviamente).
Solo che con Yessongs le cose si fanno, per me, epiche. Dopo aver ascoltato CTTE,
leggo su Ciao 2001 che sarebbe uscito a breve un triplo live degli Yes. In questi
casi normalmente uno è chiamato alle prime grosse scelte della sua vita: racimolare
i soldini per potersi comperare un album triplo. Dunque: la paghetta settimanale
non era ancora istituzionalizzata, avevo una sorta di diaria giornaliera per le
merenda a scuola più un “minimo” in caso di inconvenienti (a 30 anni di distanza
non ho ancora capito che cosa intendessero i miei…). Comunque l’unica strada era
percorribile era quella di saltare le merende a scuola e fare musina per l’evento.
Fatti i debiti conti per circa 3 mesi niente “cappuccino” dalla macchinetta e niente
croissant dal panettiere davanti scuola. Essendo sempre stato “leggermente”
sovrappeso la cosa non avrebbe dovuto minare la mia salute…
Quando poi, ad occhio e croce, ritenni di avere raggiunto un punto di risparmio
adeguato, decisi di recarmi (soldi in saccoccia) presso un celebre negozio
(all’epoca) di dischi nuovi e usati (nota per i mestrini che leggono: all’inizio
di Via Bissuola) per “prenotare” la MIA copia di Yessongs. Solo che quando arrivai
sul “luogo del delitto” alla mia richiesta se era possibile prenotare la copia di
Yessongs, per tutta risposta mi vidi piazzare sotto gli occhi una copertina marron
con una nuvoletta decorata di motivi verdi con all’interno un lago con delle
isolette, sotto un cielo dall’atmosfera. Stavo per acquistare il mio primo disco
degli Yes! Statisticamente è provato che quando faccio “acquisti storici” in genere
mi impappino brutalmente (lo ricordo bene quando comprai il Ric, o comprai casa, ma
questo riguarda un’altra pagina non necessariamente web), perciò è quasi certo che
qualche casino l’abbia creato al momento di pagare… Non credo di sbagliare se dico
che tornai a casa come un razzo, e mi piazzai davanti alla mia fonovaligia Geloso,
e religiosamente pulii la puntina, osservai accuratamente la superficie del vinile,
e poi… applausi e un suono di orchestra in lontananza che cresce lentamente…
Ok, ci siamo, non avevo ancora sentito l’attacco di Siberian Khatru che già Yessongs
mi aveva conquistato. Tra le copertine interne di Roger Dean (una delle quali
campeggia come poster vicino al letto in camera) e il librettone di foto dedicate
a ciascun membro della band (tranne Bruford) sarei stato a posto per i prossimi
vent’anni (ero un pessimista, a tutt’oggi siamo a 29 anni e l’orologio continua
a scorrere).
Non so che cosa pensassero i miei ma al compleanno successivo mi arrivò (non
sollecitato) uno stereo (non un hi-fi come si diceva all’epoca, però aveva due
casse separate, potevo chiudere il coperchio sopra il vinile che girava in modo
da evitare maligne e proditorie cadute di polvere), e anche Yessongs suonò in
maniera quasi completamente differente…

Parlare delle singole tracce mi sembra quasi superfluo, posso solo dire che
Yessongs ha di fatto confermato la mia “vocazione” a diventare un bassista.
Posso dire che, a mio parere, ci sono delle versioni di alcune canzoni che gli
Yes negli anni successivi hanno abbandonato o modificato che restano secondo me
insuperate.
Devo far nomi? Devo. Così verrò processato pubblicamente al prossimo concerto
Yes in Italia da chi mi conosce:
And You And I
Perpetual Change
Yours Is No Disgrace

Un discorso a parte merita The Fish (Schindleria Praematurus).
Se uno lo ascolta a 13 anni e ne resta fulminato, che cosa può fare uno se non
iniziare a catalogare (mentalmente) tutte le serate in cui Squire ha suonato
The Fish trasformatasi poi nella versione “antologica” di Whitefish/Amazing Grace?
Anche se il bassista della Yes-cover-band giapponese Aslan anche dopo aver
suonato le parti di Squire in lungo e in largo (e pure bene!) ritiene pretestuosi
i soli del nostro “eroe”, io vado giù di testa ogni volta (M****a special: sempre
meglio gli Yes che Enrique Iglesias o The Ark), lo ammetto. Solo che ultimamente
ogni volta che ascolto un concerto dove c’è The Fish il telefono squilla
regolarmente, mmmh, che ci sia sotto qualcosa?
Può essere che prossimamente appaia, da queste parti, una nuova paginetta con la
Top Ten ittica del Garibaldo, e spesso assetato, musico.

1974

1. The Revealing Science Of God
– Dance Of The Dawn 20:27
2. The Remembering
– High The Memory 20:38
3. The Ancient – Giants Under The Sun 18:34
4. Ritual – Nous Sommes Du Soleil 21:35

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

THE REVEALING SCIENCE OF GOD
Dance Of The Dawn
Siamo arrivati al primo momento critico nella storia Yes.
Con Yessongs la band si impone definitivamente sulla scena rock mondiale,
si piazza in testa a tutti i sondaggi tra i lettori dei settimanali
specializzati tipo Melody Maker, New Musical Express, nelle singole categorie
tipo miglior chitarrista, bassista, tastierista, e via dicendo.
Ma gli Yes non si fermano e durante i lunghi tour di quel periodo cominciano, meglio
continuano a scrivere musica, spesso chiusi nelle loro stanze di albergo.
Ed ispirandosi anche alle scritture sanscrite del Vedda, Jon Anderson e Steve Howe
(principalmente) cominciano a concepire un’opera costituita da quattro lunghe suite
ispirati a quelle scritture. Scopriremo poi che non tutti gli Yes erano proprio
d’accordo (Wakeman in primis) ma tant’è, gli Yes tornano in studio, Eddie Offord
alla consolle dietro il vetro…
Il brano si apre su un quasi recitato di Anderson sotto al quale cresce la band
fino all’esplosione del tema, enunciato dal moog di Wakeman, che accompagnerà
tutto il primo lato (in vinile) del disco.
Riprende poi la parte cantata che entra ed esce dal tema iniziale esposto
da Wakeman. Qui sono Howe e Squire a menare la danza con sottofondi armonici
e pennellate ritmiche mentre Wakeman resta in sottofondo a fare dei piccoli break
di tastiere. Alan White resta solo a livello di eccellente collante ritmico,
interagendo con le armonizzazioni di basso con Squire.
All’improvviso abbiamo il primo cambio tematico, su una base ritmica molto serrata,
che poi tutto si scioglie in una ampia e distesa ripresa del tema iniziale, resa
molto più sognante dal tappeto di archi dei mellotron di Wakeman e dal breve e
disteso solo di Howe.
Continuano i contrasti di forte/piano che alla fine si sciolgono in un tirato
assolo di moog di Wakeman che porta alla ripresa vocale di Anderson, che porterà
al grandioso finale con ripresa del primo tema sia a livello vocale che strumentale
per poi sciogliersi definitivamente nel recitato di Anderson che così come aveva
aperto il disco conclude il primo lato di Tales.

THE REMEMBERING
High The Memory
Il secondo lato si apre in maniera simile alla prima. Su una cantilena corale
delle tre voci Yes possiamo ascoltare una sorta di controcanto di chitarra e basso
che sostenuti dalle tastiere vengono sempre più in piano fino ad aprirsi su un
tappeto di mellotron e moog che danno lo spunto per la ripresa cantata, stavolta
sottolineata da una linea di basso più danzante. Ma il tutto rimane sempre avvolta
in un’atmosfera sognante sottolineata dalle tastiere. Fino alla partenza di una
sorta di danza condotta dalla chitarra classica di Howe, dove il cantato di
Anderson viene intervallato dalla pedal steel e da un potente riff di basso
e dove troviamo, forse, una prima involontaria citazione del titolo del prossimo
album Yes “Relayer” nel cantato di Anderson. Anche in questa suite
assistiamo ad una progressiva crescita di intensità e di pathos, che stavolta
rimane fino alla fine del lato due (sono oramai abituato a pensarlo sempre in
edizione ellepi).
Una notazione a margine di The Remembering. Durante il successivo tour di Tales,
questo lato due è stato quello che più di frequente è stato omesso dalla scaletta
di esecuzione del concerto. Scaletta che prevedeva tutto Close To The Edge, tutto
TFTO, e Roundabout e Starship Trooper come bis. Non male, eh?

THE ANCIENT
Giants Under The Sun
Durante il tour di TFTO Anderson presentava questo brano in maniera
molto spartana:
“Questo è il terzo lato
– pausa –
The Ancient
– pausa –
Giants Under The Sun”.
La suite inizia su un lungo gioco ritmico di basso e percussioni dal sapore
indubbiamente primitivo, tribale e dal sapore quasi di antica stregoneria tribale.
Su tutto la chitarra di Howe e i vocalizzi e liriche misteriose di Anderson che
portano ad un solo di chitarra classica di Howe che potrebbe benissimo essere una
variazione di “Mood For A Day”, e che poi si concluderà nella sezione
oramai nota, tra gli appassionati Yes, come “Leaves Of Green”, ovvero una
ballata acustica con qualche pennellata di tastiere di Wakeman in sottofondo.
Questo lato si chiude in maniera simile ai precedenti due (ripresa del tema
iniziale), solo che qui torviamo un finale quasi da folk-rock, che si perde in
un finale di percussioni e slides di chitarra.
Anche qui una nota a margine: Leaves Of Green è stata in seguito spesso ripresa
dagli Yes in concerto sia come citazione in vari formati, non ultimo la versione
strumentale fatta dal solo Howe.
Comunque anche questo lato tre di Tales è risultato essere quello che dopo The
Remembering è stato più velocemente abbandonato con l’eccezione, appunto,
di Leaves Of Green.

RITUAL
Nous Sommes Du Soleil
Il Lato quattro di TFTO, è forse il più riuscito di tutta l’opera.
Grandi temi, armonie vocali al loro massimo, un Chris Squire potente come poche
altre volte, con Howe e Wakeman ad interagire tra di loro in maniera mirabile.
Ed è proprio il basso di Squire che di fatto comanda e spadroneggia in tutta
la struttura della suite, supportato da un Alan White davvero ispirato.
La suite si apre su dei break di basso e batteria, dove chitarra e tastiere
giocano nell’esposizione del tema. Entra poi Anderson dove espone il
sottotitolo in francese della suite. E che si tratti di una composizione solare
ed energetica non ne abbiamo proprio dubbi, ascoltandola.
E che Squire spadroneggi ce ne accorgiamo quando nella sezione immediatamente
precedente “la battaglia” sono proprio Howe e Wakeman a doppiare la linea
del basso fino all’inizio della sezione della battaglia (così denominata da
sempre dagli YesFans).
Spiego.
Dal vivo, come adesso sapranno anche coloro che hanno visto il concerto di Milano
del Symphonic Tour, a trequarti esecuzione tutti gli Yes utilizzano vari tipi di
percussioni per ingaggiare una “battaglia” sonora che viene sottolineata ed
enfatizzata dal light show inizialmente disegnato da Roger Dean e Mike Tait.
Così abbiamo Alan White usare vari trigger elettronici per accompagnare il suo
iniziale solo di batteria, mentre Anderson picchia alla grande sui dei tom e
Squire ci da dentro con i timpani (non quelli delle orecchie sia chiaro…),
mentre Howe e poi Wakeman usano piccole percussioni dato che poi devono riprendere
strumentalmente la fine della battaglia. Battaglia che termina in una situazione
di pace, con Anderson che canta la ballata finale che viene poi ripresa dal
struggente finale del solo di chitarra di Howe.
Ritual assieme a The Revealing sono i due lati probabilmente preferiti dalla
band dato che sono quelli che più di frequente sono stati riproposti anche nei
tour più recenti. E devo dire che a livello personale la versione “orchestrale”
di Ritual ha avuto una resa davvero notevole.

Dicevo all’inizio di momento critico nella vita della band.
TFTO si rivelerà come il nuovo punto di volta nella storia del gruppo.
All’epoca il disco suonerà nelle orecchie di molti come estremamente pesante,
lasciando anche molti fans perplessi sulla direzione che il gruppo sta prendendo.
Perplessità che si evidenzieranno anche all’interno della band con Wakeman che
abbandonerà per la prima volta la band.
Personalemente, TFTO a me è sempre piaciuto. Certo, alcune parti forse con un po’
più di attenzione a livello di arrangiamento non avrebbe guastato e forse
avrebbe evitato il primo divorzio con Rick Wakeman.

Traduzioni di Sandro D’Addese e Davide Gori

THE REVEALING SCIENCE OF GOD
DANCE OF THE DAWN
LA SCIENZA RIVELATRICE DI DIO
LA DANZA DELL’AURORA

L’aurora di luce distesa tra un silenzio e le
sorgenti prosciugate.
Cacciata tra fusioni di meraviglie, in momenti visti
difficili da dimenticare,
dipinti nei pascoli delle opportunità che
danzando lanciano incantesimi di sfida,
divertiti ma cauti, siamo fuggiti dal mare
stesso.
L’aurora del pensiero trasferita attraverso
momenti di giorni riscoperti nella terra
che rivelano corridoi nel tempo, provocando ricordi.
Disunite ma con uno scopo,
penetrazioni bramose offrono legami con
gli affilati istruttori stessi
e tenero amore non appena noi abbiamo afferrato l’aria, come un disegno
della distanza.
L’aurora del nostro potere noi godiamo
ridiscendendo tanto velocemente quanto una abusata
espressione, come solo per insegnare ad
amare ugualmente per rivelare passioni
cacciate troppo tardi negli angoli, e noi
abbiamo ballato dall’oceano,
L’aurora dell’amore mandataci all’interno
come colori del risveglio tra i molti che
wnon seguiranno, solo melodie di un’era differente.
Come i legami descrivono le nostre
interminabili carezze per la libertà della vita eterna.

Parla a colui che convoca la luce del sole
e muove dolcemente l’estate, distanziandolo da me

Sento arrivare un suono ma non vedo alcun volto
Udito ma mai rimpiazzato
Mi sono azzardato a parlare, ma non ho mai lasciato il mio ruolo

Lancio un incantesimo creato per la luce del
giorno, persa in un aggregato di luce
Mi sono azzardato a osservare, quando il suono cominciò

Cosa è accaduto a questa canzone che
conoscevamo così bene
Una promessa firmata per quei momenti
presi nell’incantesimo
Devo aver atteso per tutta la mia vita per questo
Momento momento.

Il futuro in equilibrio con lo splendore al
suo inizio,
La luce che una volta ci univa
E affollato attraverso un liquido sipario
verso il sole

E per un momento quando il nostro mondo ha
riempito i cieli
La magia ha cambiato i nostri occhi
Per predare sul tesoro imbandito per
il nostro strano apparato

Cosa è accaduto alle meraviglie che una
volta conoscevamo così bene
Abbiamo forse dimenticato che quello che successe
possiamo certamente tramandarlo
Dobbiamo aver atteso per tutta la nostra vita per questo
Momento momento momento

I movimenti della luce stellare, ragioni
liberate nel futuro
Il più alto arcobaleno
Le stagioni dei bagni di sole
Le ragioni per cui i fiori vivono.

Loro si muovono rapidi, mi dicono,
Ma non posso credere di poter percepirlo
C’è qualcuno, per dirti,
Nella sfida ci guardiamo intorno
all’unisono con te

Superando alberi minacciosi
Lasciamoli sacchegiare la foresta
I pensieri invierebbero la nostra coesione
Per essere semplicemente a casa

Superando le guerre che non proponiamo
O tale sembra essere chiaramente
Riparato con la nostra passione
Per essere semplicemente a casa

Loro si muovono rapidi, mi dicono,
Ma non posso credere che realmente intendano agire
C’è qualcuno, per dirti,
E io non posso credere che la nostra canzone ti abbandonerà
Maestro del Cielo
Cercatore nella guerra
Manda il veleno
Lancia il mastro del ferro

E attraverso il ritmo del lento muovere
Inviato attraverso il ritmo del lavoro oltre la storia
Muoversi oltre la gloria verso i figli dei guerrieri del passato
Giovani cristiani osservano tutto ciò dall’inizio
Anziane persone percepiscono che è quello che stanno annunciando
Muoversi oltre la gloria ai figli dei vecchi guerrieri del passato.

Loro si muovono rapidi, mi dicono,
Ma non posso credere che realmente intendano agire
C’è qualcuno, per dirti,
Un pista verso una stagione universale

Superando alberi minacciosi lesciamoli
Saccheggiare la foresta, potrebbero sostare
e poi lasciarli andare
Per essere semplicemente a casa
Superando le guerre che non proponiamo
Ammaliamo la sofferenza del movimento
Chiamiamo a noi tutti i nostri ricordi
Per essere semplicemente a casa

Ci siamo mossi velocemente
Abbiamo bisogno d’amore
La parte che offriamo è la nostra sola libertà

Cosa è accaduto alla canzone che
conoscevamo così bene
Una promessa firmata per quei momenti
presi nell’incantesimo
Devo aver atteso per tutta la mia vita per questo
Momento momento.

Passato presente movimenti momenti
Analizzeremo il futuro, ma solo
attraverso colui che conosciamo, inviamo
floreali arcobaleni
Una parte distinta ha inseguito i fiori oscuri
e la luci delle canzoni
Per seguire e mostrare tutto ciò che proviamo per la conoscenza di,
Tinta rotonda,
Voi cacciatori della verità che accettate tutte
le ragioni che rivivranno
E respirare e sperare e inseguire e amare
Per te e te e te.

1974

1. Gates Of Delirium 22:55
2. Sound Chaser 9:25
3. To Be Over 9:08

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

THE GATES OF DELIRIUM
Ispirato dal libro “Guerra e Pace” di Tolstoj, TGOD apre un nuovo fronte di
discussione tra i fans degli Yes. Come direbbe Claudio Bisio in tivvù:
 Che c…o ci fa uno svizzero negli Yes?“.
Ed in effetti in qualche maniera lo dice (ridendo) anche lo stesso Squire nel video
“YesYears” quando introduce il capitolo “Relayer“.
Suoni aspri, nuovi, duri, una band quasi feroce nel cercare nuove sonorità, ecco
cosa sente l’ascoltatore nelle battute iniziali di TGOD.
Inoltre ascolta una buona dose di controtempi del basso sulla batteria, mentre
chitarra e tastiere preparano il lancio del cantato di Anderson.
E sono ancora le sonorità davvero diverse di Moraz a colpire per l’uso dei minimoog
mentre Howe sembra lanciato in sonorità rock per lui inusuali finora.
La voce di Anderson è più asciutta del solito, quasi che l’imminente scontro nella
battaglia lo debba coinvolgere.
Così come l’uso della Telecaster riverberata di Howe nel primo solo doppiata spesso
dal moog (quasi un violino) di Moraz, risultano in nuove sonorità inaspettate.
Il tutto risulta in uncrescendo di intensità dove voci, chitarre e tastiere si
inseguono su un tappeto ritmico serratissimo di Squire e White, che si evolve in
una serie di variazioni ritmiche sottolineate da rumori di pecussioni e lastre
metalliche. Ci troviamo difronte ad una nuova battaglia sonora che supera, per
cattiveria ed intensità quella che avevamo appena imparato sul lato 4 di TFTO,
ovvero Ritual. Battaglia che viene conclusa da un maestoso tema di moog doppiato
poi dalla pedal steel di Howe, il tutto su dei falsi rallentati ritmici di White e
Squire, con la conclusione di Howe che sempre alla steel ci conduce alla quiete
irreale che segue il termine della furiosa battaglia, quando tutto si placa, cala
il nuvolone di polvere alzato e resta una sorta di brezza che comincia a risanare
le ferite.
Ed è in questa pace riecco la steel di Howe che introduce la sezione finale Soon
che, tra parentesi verrà anche pubblicata come “45 giri di lancio di
Relayer. La voce di Anderson stavolta più piena e lirica lancia il suo inno,
sottolineato dal basso di Squire e dalla steel di Howe, che poi prende il via
per uno dei suoi soli più sognanti di tutta la sua carriera Yes.
TGOD è a tutt’oggi una delle suite più dibattute nell’universo Yes, proprio
per la sua asprezza, per la diversità e per certi versi freschezza di suono.

SOUND CHASER
Ma se il lato 1 di Relayer ci aveva già dato una botta mica da ridere, l’apertura
del lato 2 è forse anche più potente.
L’apertura di SC è forse tra quelle più energetiche di tutta la produzione Yes,
con un piano elettrico scuro e acido, una chitarra ed un basso scatenati nello
spezzare qualsiasi scnsione ritmica regolare di White.
E i due assoli di apertura di Howe sono quanto di più duro ed inusuale possiamo
aspettarci da Steve.
Così come la parte cantata di Anderson, con un Moraz di sottofondo che cresce
pian piano fino al solo di moog conclusivo.
Un brano decisamente inusuale in un disco che già stà battendo tutti i record
di diversità nell’universo Yes.

TO BE OVER
Non ricordo cosa provai mentre sul mio giradischi, all’epoca, mi accingevo ad
ascoltare il terzo e conclusivo brano del disco. Mi sa che ero confuso.
Dopo quasi mezz’ora di potenza sonora che mi aveva travolto, una composizione
dai toni dilatati, con la steel di Howe, su una ballata tipicamente Andersoniana
che poi va a confluire in uno strumentale di ampio respiro guidato dai mellotron
di Moraz che preparano il tappeto per l’ingresso di una sezione vocale corale,
una sorta di inno, che sfocia poi in un duetto tra chitarra e moog, che ci porta
al cantato finale che riprende in maniera maestosa il tema iniziale ripreso dalla
chitarra di Howe e dalle campane tubolari di White e con in sottofondo da un coro
tipicamente Yes che dopo tutto questo proprio non ti aspetti.

Che dire in conclusione?
Relayer è un disco che va ascoltato con attenzione, in quanto è probabilmente
un indicazione di quello che gli Yes avrebbero potuto fare di più e meglio, se non
fossero arrivati spremuti come limoni da un periodo intenso di tour mondiali e
sedute di registrazione. Inoltre l’indubbia e differente personalità artistica
di Moraz hanno probabilmente contribuito al non definitivo amalgama con il
nucleo storico della band, portando così in breve alla separazione del tastierista
elvetico dalla band, non prima di aver fatto il break sabbatico di circa un anno
per la registrazione dei primi dischi “solo” di ciascun membro di questa
formazione Yes che, pe la cronaca, furono:
– Olias Of Sunhillow” di Jon Anderson,
– Beginnings” di Steve Howe,
– The Story Of i” di Patrick Moraz,
– Fish Out Of Water” di Chris Squire,
– Ramshackled” di Alan white.
Al termine di tutto questo segui il cosiddetto “Solo Tour“, che oltre ad
essere stato un campione di presenze ed incassi (vedi il famoso concerto al
Roosevelt Stadium) portò anche la chicca dell’esecuzione di “South Side Of
The Sky
” dal vivo nel concerto di Tulsa, Oklahoma (la seconda esecuzione
conosciuta nela storia della band dopo la “prima” di Bradford, in Inghilterra,
durante il Fragile tour).
E per uno strano scherzo del destino, proprio menre la band si ritirava in Svizzera
per scrivere e registrare il nuovo album (e non pagare un bel po’ di tasse a
Sua Altezza Reale la Regina), ecco che a Moraz viene dato il benservito, e viene
richiamato in servizio permanente effettivo Rick Wakeman…

1975
1. America 10:31
2. Looking Around 3:59
3. Time And A Word 4:31
4. Sweet Dreams 3:47
5. Then 5:46
6. Survival 6:20
7. Astral Traveller 5:53
8. Dear Father 4:18

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Ed eccoci alla prima raccolta antologica della band. Esce in corrispondenza
dell’anno sabbatico dei vari membri della band.
Di “Yesterdays ci sarebbe ben poco da dire, se non per la presenza di due
brani di fatto “rari” all’epoca: “America” cover di Paul Simon e
Dear Father” uscito solo come singolo ai tempi di “Time And A Word“.
Un’altra cosa di contorno della compilation è la cover di Roger Dean che, se ci
fate caso è la trasposizione esatta nel cosmo Deaniano della cover “censurata” di
Time And A Word“.

AMERICA
Uscita originariamente solo come singolo (in versione abbreviata) e poi sulla
raccolta celebrativa della Atlantic, questa cover di Paul Simon è uno dei
brani preferiti della band, tanto che in tempi recenti è diventato uno degli
ospiti fissi della scaletta dei concerti Yes.
Il brano si apre con una serie di riff nervosi della chitarra di Howe su una
base di Squire e Bruford, il tutto ricoerto dalle tastiere di Wakeman.
Ed è anche la prova di come gli Yes si rivelano anche essere degli ottimi
arrangiatori di brani altrui.
La parte cantata di Anderson è decisamente buona e vivace e rende bene la
canzone tanto che sentite per seconda la versione originale, beh, non sarei
tanto sicuro nel dire quale preferisco…
La Parte centrale è basata su un assolo tra i più inusuali di Steve Howe,
veloce, nervoso, scattante, sostenuto da una delle sezioni ritmiche più
ispirate degli Yes, che con la ripresa del ritornello di Anderson prepara
il trascinante finale con Howe sempre in primo piano.
Questo è un “outtake” dell’album “Fragile“, e probabilmente
solo la limitazione temporale del vinile ha fatto si che questa piccola
gemma sia stata lasciata fuori dalla scaletta dell’album.

DEAR FATHER
Pubblicata originariamente come lato “b” di “Sweet Dreams” ai tempi di
Time And A Word“, la possiamo prendere come un ennesimo esempio di
come gli Yes abbiamo un certo debito di gratitudine con i Beatles. Il modo
in cui le sezioni orchestrali sono arrangiate da Tony Cox e la produzione di
Tony Colton, ne sono un chiaro esempio. Il brano è abbastanza anonimo, anche
se è stato stranamente usato come bis nel tour del 1976 (con Patrick Moraz),
ovvero il cosiddetto “Solo Tour“.

Le altre canzoni comprese nella compilation sono tutte tratte dai primi due
album della band, alle quali vi rimando, ovvero Yes e Time And A Word.

1977

1. Going For The One 5:30
2. Turn Of The Century 8:58
3. Parallels 6:52
4. Wonderous Stories 3:45
5. Awaken 15:38

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Il disco della rinascita?
Un dubbio all’epoca, una certezza dopo il tour che ne seguì la pubblicazione.
E’ il disco “svizzero” della band. Registrato sulle sponde del lago di
Ginevra a Montreaux (Machine Head dei Deep Purple vi dice niente?) con puntate a
Vevey, questo disco vede il rientro (a sua iniziale insaputa) di Rick Wakeman,
nell’ennesimo “colpo di scena” (bisognerebbe scriverlo alla francese, ma temo
che avrei scritto un obbrobrio non conoscendo il verbo transalpino) orchestrato
da Chris Squire che, con un azzardo degno dei migliori giocatori di BlackJack,
aveva già dato per garantito il rientro di Rick negli Yes a Chris Welch del
Melody Maker con almeno tre giorni di anticipo, prima ancora di averlo chiesto
a Wakeman stesso, tanto che MM aveva già preparato la cover con la notizia del
suo rientro, cover che uscirà poi il giorno dopo la telefonata di Chris a Rick.
La storia narra che quando Rick vide la cover del MM richiamò Chris e gli chiese
come avessero fatto al MM sapere che sarebbe rientrato negli Yes, Chris rispose:
“beh, è stato un rischio molte ben calcolato…”.
GFTO è un disco di una freschezza assoluta.
Dopo aver forse sviscerato forse al limite estremo il formato “sonata
applicato al rock progressivo con CTTE, TFTO e Relayer, gli Yes ritornano alle
composizioni decisamente più rock, anche se il disco contiene forse una delle
vette compositive della band, ovvero “Awaken“.

GOING FOR THE ONE
La voce di Alan White che “batte quattro“, come si dice in gergo musicale,
è forse la partenza più inusuale per una band prog che si possa immaginare.
Ma è anche il segnale istantaneo che siamo per essere inondati da un brano
energetico, dove Steve Howe con la sua steel guitar conduce la danza con un
piano di Wakeman che riprende in pieno le atmosfere del rock and roll dei bei
tempi andati. Ma che siamo nel 1977 ci pensano le voci di Anderson e Squire e la
linea sincopata del basso che fa da contraltare alla steel sparata di Howe.
La voce di Anderson riesce ad essere tra le più tirate ed in forma di tutta la sua
carriera. Un brano che se voleva essere un segnale di ritorno ad un rock più
sanguigno” da parte della band ci riesce perfettamente.

TURN OF THE CENTURY
Rock sanguigno?
Va bene, cancellate tutto.
Con TOTC rientriamo in un atmosfera assolutamente opposta.
Atmosfere quasi medievali in una storia d’amore tipica di cappa e spada, dove la
chitarra classica di Howe e la voce sognante di Anderson sono la spina dorsale
del brano. Il tutto impreziosito dal sottile lavoro di sottofondo delle tastiere
e poi dal pianoforte di Wakeman e di qualche pennellata di basso di Squire.
Un brano assolutamente splendido, soprattutto nel crescendo finale dove le
chitarre di Howe conducono il brano al suo finale mentre Anderson conclude la
sua triste narrazione.

PARALLELS
Un brano potente ed uno sognate e raffinato. Finora parità assoluta.
E adesso?
Un organo da chiesa a canne? Un organo da chiesa a canne?
Si, proprio così, ed un riff di basso che più Squire non si può, e rieccoci con
un altro brano assolutamente trascinante (e che tra l’altro aprirà tutto il
tour del 1977).
Una composizione per certi versi inusuale, perché l’organo a canne non è proprio
per le sue caratteristiche fisiche e meccaniche un organo da rock. Infatti
l’organista quando esegue le sue partiture, le esegue mediamente con non meno di
10 secondi di anticipo rispetto a quando l’organo emetterà materialemente un
qualsivoglia suono. Quindi potete immaginare come se la sia passata Wakeman nel
registrare questo brano. Inoltre si sente spesso nel corso del brano la
macchinosità dei cambi di esecuzione. Ma il risultato è veramente notevole.
L’uso dell’organo della Chiesa di San Martino a Vevey si rivelerà una piacevole
costante del disco, tanto che alcuni ben noti outtakes di questo disco vedono
questo strumento protagonista (outtakes che verranno in parte poi pubblicati
nel cofanetto quadruplo “YesYears“).

WONDEROUS STORIES
Questo diventerà “l’Hit Single” della band. Una sognante ballata tipicamente
andersoniana. Qui le atmosfere barocche riaffiorano nel lavoro di Wakeman che in
questo caso prendono il sopravvento sul lavoro di Howe, che solo con i suoi svisi
finali rientra in gioco.

AWAKEN
Il pianoforte di Wakeman con le sue tipiche scale velocissime da il via ad uno
dei capolavori degli Yes.
L’attacco di Anderson sottolineato dalla steel di Howe, fa da pedana di lancio
al tema di chitarra contrappuntato dal basso di Squire e dalle voci corali di
Anderson, Squire e Howe. Segue un’altro tirato assolo di Howe, che si risolve in
una ripresa cantata che mantiene l’atmosfera di attesa mozzafiato che viene
poi sciolta nella variazione del tema ripresa dalle tastiere di Wakeman.
Questo ci porta ad una nuova parte cantata più distesa ma sempre sostenuta dalle
tastiere. Per poi arrivare al break centrale dove l’atmosfera sostenuta delle due
parti iniziali si perde improvvisamente su un tappeto ipnotico di campanelle
intonate, la piccola arpa di Anderson e gli organi (Hammond e l’organo a canne)
a comandare le danze mentre i mellotron a coro propongono nuovi spunti armonici.
La base ritmica è data dal basso di Squire (in questo caso il ben noto triplo
manico di liuteria).
Dopo questa parte eterea arriva il break vocale di Anderson che rischiara
l’atmosfera, in un crescendo corale sostenuto da Howe e Wakeman che, con un
intervento magistrale dell’organo a canne, che ci riportano al tema iniziale,
che fa da conlusione sognante della suite.

Che dire alla fine? Questo disco sicuramente rassicurò tutti i fans della band
che l’anno sabbatico era stato, appunto, un anno sabbatico. Il ritorno di Wakeman,
ed una band in gran forma sono stati il miglior segnale che gli Yes, alla fin fine,
c’erano ancora.

1978

1. Future Times/Rejoice 6:45
2. Don’t Kill The Whale 4:56
3. Madrigal 2:23
4. Release, Release 5:47
5. Arriving UFO 6:03
6. Circus Of Heaven 4:30
7. Onward 4:02
8. On The Silent Wings Of Freedom 7:47

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Eccoci ad un disco che ha impiegato qualcosa come 15 o 16 anni per essere,
diciamo così, riabilitato.
Disco strano per gli standard Yes, suoni differenti, voglia di essere ancora più
rock rispetto a GFTO, alcune ricerche ritmiche differenti dagli standard del
rock progressivo da manuale, e alcune idee non proprio realizzate a pieno, sono
alcuni degli ingredienti che all’epoca avevano portato molti (incluso il
sottoscritto) a bollare come il peggior disco in assoluto della storia Yes.
Eppure a distanza di anni, delle formazioni radicalmente diverse o quasi,
Tormato inizia ad essere riconosciuto come un disco con una sua ben
definita fisionomia, timidamente sperimentale dal punto di vista degli Yes,
ma che al primo approccio lascierà anche gli stessi Yes stanchi ed insoddisfatti.
Non a caso di lì a poco Rick Wakeman prima, Jon Anderson a ruota lascieranno la
formazione, Rick per la seconda volta, Jon per la prima.

FUTURE TIMES/REJOICE
Il disco si apre con un tema di moog di Wakeman con il basso di Squire filtrato
da quello che sarà il suo marchio di fabbrica per i momenti cruciali del disco,
l’harmoniser con il wha-wha automatico. Il brano si sviluppa attraverso una sorta
di tempo di marcia di Alan White, dove il cantato di Anderson e la chitarra di
Howe si incrociano e si inseguono, in un brano molto impegnativo per la voce di
Anderson. La seconda parte del brano si basa su un canone di basso sul quale
Anderson, Wakeman e Howe ricamano le loro armonie, olte alle immancabili
variazioni sul tema fino al solo di moog che porta al finale corale sempre
sfruttando il tema del canone di basso.

DON’T KILL THE WHALE
La prima canzone forse impegnata sul fronte ambientalista degli Yes.
Di sicuro il primo video veramente popolare in Italia della band, grazie alle
trasmissioni domenicali della RAI. Una canzoncina semplice senza troppe
pretese, con Howe e Wakeman alle prese con due soli piuttosti nervosi e dalle
tonalità che richiamano i sibili del linguaggio ultrasonico delle balene.

MADRIGAL
Qui Wakeman è al centro di tutta la questione, dato che si sfoga nell’utilizzo
di uno strumento decisamente inusuale anche nel panorama del rock progressivo,
il clavicembalo. Come afferma Wakeman nel video di YesYears, l’occasione fu data
dalla possibilità di utilizzare un clavicembalo costruito da uno dei più apprezzati
costruttori dell’epoca. Il relativo video che ne venne realizzato vede un
gigione” Wakeman vestito da gentleman settecentesco in un improbabile
palazzo d’epoca dove si sviluppa tutta la storia.

RELEASE RELEASE
Si ritorna al rock’n’roll con questo brano molto lineare, ma che ha nel riff
del ritornello il suo marchio di fabbrica Yes. Un brano che tra l’altro
figura pure lui nell’elenco dei “desaparecidos” delle setlists delle
esecuzioni live. Il brano tra l’altro ha la particolarità di contenere un
assolo di Alan White di batteria con sottofondo di folla plaudente e riffoni
di chitarra di Howe che riportano “in studio” l’atmosfera che si fa sempre
più sostenuta. Il finale è giocato tutto su un canone delle vociche verrà concluso
da un buffo riff di tastier di Wakeman.

ARRIVING UFO
Altra atmosfera bislacca, quella che troviamo in questo brano. In qualche maniera
a me ha sempre dato l’impressione di anticipare alcuni dei suoni e delle soluzioni
armoniche che troveremo poi in “Drama“, l’opera successiva a Tormato.
Una semplice canzone nella struttura base strofa-ritornello, ma sono i suoni e
il loro amalgama che sorprendono in tutta la composizione.

CIRCUS OF HEAVEN
Atipica song andersoniana, dove il basso di Squire conduce la danza con sorta di
riff quasi ipnotico che lentamente porta ad un crescendo di atmosfera,
sottolieato dalle notine di chitarra di Howe e al lavoro crescente di Wakeman
alle tastiere. Il tutto porta all’etereo break dove fa capolino la voce del figlio
di Jon Anderson che recita alcune frasi riguardo alla diversità dello spettacolo
circense che assiste assime al padre.
Una composizione davvero insolita che dal vivo viene resa davvero bene.

ONWARD
Altro brano dimenticato fino ai concerti di San Luis Obispo del 1996.
Eterea love song, basata su un canone ostinato di basso, sul quale tutto il
resto della band si muove, in particolare le parti vocali, che ancora volta
portano in primo piano la passione di Squire per le composizioni di tipo corale.
Poi sono le tastiere di Wakeman a fare la parte del leone con delle parti
più da tema musicale cinematografico con il suono dei corni. Il tutto
sottolineato da un ostinato di chitarra di Howe che, visto l’anno di esecuzione
non può non ricordare certe impostazioni (magari involontarie) tipiche del
Robert Fripp post-King Crimson.

ON THE SILENT WINGS OF FREEDOM
Eccoci infine forse alla vera gemma del disco. Probabilmente uno dei riff di
basso che più “made in Chris Squire” non si può. Lo sanno bene chi
(ahiloro) ha suonato con il sottocritto, perché lo uso spesso per scaldarmi.
Quindi non mi dilungo più tanto, se non per ricordare appunto l’uso
dell’harmoniser che rende ancora più particolare il già particolare suono
del basso Rickenbacker, un basso in una classe per conto suo a tutt’oggi.
Continui cambi di umori e di atmosfere caratterizzano tutta la composizione,
che vede tra l’altro uno dei migliori drumming di Alan White, qui davvero
ispirato. Altro brano che meriterebbe di essere ripescato nei prossimi
Classic Tour della band.

Al termine di questo disco segue quello che è stato definito uno dei tour
mondiali più energetici della band, e anche uno dei più entusiasmanti da
ascoltare ancora oggi nei vari bootleg e registrazioni private che abbiamo
a disposizione.
Ma qualcosa nella band si doveva essere incrinato se dopo il tour Wakeman
se ne va di nuovo, e la band dopo aver fatto un eccesso di bisbocce a Parigi,
le famose “Paris Sessions” sono a tutt’oggi una sorta oggetto oscuro
del desiderio dei collezionisti Yes, anche se quasi tutto è oramai noto, in
maniera più o meno ufficiale. Il fatto è che le Paris Sessions sono spesso
tutt’altro che eccitanti da ascoltare, sono abbozzi di una band in chiara
crisi, e non a caso poco dopo anche Anderson getterà la spugna.

1980

1. Machine Messiah 10:27
2. White Car 1:21
3. Does It Really Happen? 6:34
4. Into The Lens 8:31
5. Run Through The Light 4:39
6. Tempus Fugit 5:14

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Trevor Horn: voce e basso
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Ed eccoci ad un disco che a me personalmente è sempre piaciuto, ma che ha di
fatto iniziato a dividere i fans della band. Infatti i “Troopers” (ovvero i
fans degli Yes fino a Tormato) non apprezzeranno la svolta di Horn e Downes,
mentre qui entreranno in azione i “Panthers”, ovvero quelli che inizieranno a
conoscere ed apprezzare gli Yes da Drama in avanti, come dire la nuova generazione
di YesFans.
Questo è un disco particolare, in quanto entrano negli Yes due veri fans della
band: Trevor Horn e Geoffrey Downes. Questi due gentlemen si erano già fatti un nome
di primo piano con il nome di “The Buggles” ovvero coloro che erano
esplosi assieme al fenomeno “MTV” con il loro hit single “Video Killed
The Radio Star
“, che credo tutti quanti ricorderanno sicuramante.
Orbene, questi due fans avvicinano la band proponendo agli Yes alcune loro
composizioni. Il loro entusiasmo deve aver convinto i tre “superstiti” a dar
loro una chance, dato che sono portati a bordo e presentati come i nuovi membri
della band per gli anni ottanta.
Il suono risulta in effetti differente, forse più leggero per certi versi, però
un certo stampo Yes rimane anche se, Trevor Horn verrà alla fine schiacciato
dall’eredità di dover rimpiazzare una voce sicuramente unica come quella di Jon
Anderson. Ed il peso di tale eredità lo si constaterà in maniera dram(m)atica nel
successivo tour mondiale dove sin dalle prime battute appare chiaro che nonostante
tutti gli sforzi, Horn non è proprio in grado di eseguire le parti vocali di
Anderson. Horn nel corso del tour si andrà via via spegnendo, e nei tre concerti
finali di Wembley, un Horn quasi completamente afono darà l’addio definitivo
al suo sogno Yes.
Mi sono sempre chiesto come mai gli Yes si siano incapponiti a voler riproporre
certe canzoni come se sostituire Anderson fosse una bazzeccola. Non ho elementi
per dire se nelle prove del tour abbiano tentato o meno arrangiamenti diversi,
ma in brani come “Starship Trooper” e “And You And I” è evidente che per Trevor
è notte fonda.
Ma nei brani nelle sue corde vocali la sua voce ha una sua ovvia dimensione, che
gli Yes riescono a sfruttare in particolare in un brano (apparentemente) mai
registrato in studio ma che è stato una delle cose migliori del DramaTour a mio
giudizio, ovvero “We Can Fly From Here“, brano ospite fisso delle scalette
di quel tour.

MACHINE MESSIAH
Un riff molto pesante di basso e chitarra è l’inizio dell’avventura di Drama.
Un riff scuro che poi si scioglierà in un’altro riff di chitarra e tastiere
che da l’avvio alla parte vocale. Le voci sono nel tipico modello Yes, ma
con Squire più in evidenza per dare man forte a Horn, e viene seguito da un
interludio strumentale dove basso, tastiere e chitarra si inseguono fino al
break centrale, dove le atmosfere pur cupe si dilatano, per poi essere
riprese da un Steve Howe in vena di tirate rock che fa da trampolino per
la nuova sezione vocale, che porterà al nuovo break stavolta strumentale
prima, cantato poi, per la parte conclusiva della canzone.
Testo con riferimenti iper-tecnologici ben lontani dalla mistica andersoniana.

WHITE CAR
Molto sinfonico questa breve composizione, che dal vivo costituirà l’inizio
del solo di tastiere di Geoffrey Downes.
Di fatto un outtake Buggles, dato che che ci sono solo Downes e Horn.

DOES IT REALLY HAPPEN?
Il brano più famoso di Drama. Anche in Italia per essere stato la sigla della
trasmissione televisiva “Disco Ring“. Altro riff tra i più noti tra
quelli di basso di Squire. La struttura della canzone è molto lineare, con dei
riff molto accattivanti, che rendono tra l’altro il motivo decisamente
orecchiabile (aggettivo che i progster aborriscono da sempre…).
Sia in questo brano che nel finale Tempus Fugit possiamo ascoltare un Chris
Squire in forma smagliante al basso.

INTO THE LENS
Il brano dove forse Yes e Buggles si fondono in maniera incontrovertibile.
Tanto più che nel secondo album dei Buggles uscito dopo la loro dipartita
dagli Yes stessi verrà riproposto (con un arrangiamento differente) con il
titolo “I Am A Camera“, che altro non è che il verso del ritornello
di Into The Lens appunto.
Brano dall’atmosfera melanconica, con un alternanza di chiari e scuri, ritmi
spezzati per contribuire a questa atmosfera quasi da epopea fantascientifica.
I cori sono più in stile Buggles che Yes, ma qui riescono a fondersi molto
bene con le personalità dei “vecchietti”, tanto da uscirne uno dei brani migliori
di tutto l’album.

RUN THROUGH THE LIGHT
Altro brano breve e di chiara impronta Buggles. Tra l’altro è l’unico brano
degli Yes dove Chris Squire non suona il basso, ma il piano. Al basso? Trevor
Horn che riprende il suo strumento dal tempo di Video Killed…
Anche questa composizione è molto lineare nella sua composizione, con atmosfere
molto dilatate e un bell’assolo di Howe al termine della composizione.

TEMPUS FUGIT
Altro riffone di Squire per concludere questo disco. Stavolta non c’è il suo
mitico Ric, ma l’Elektra, un prototipo di basso piuttosto massiccio nel peso,
dato che all’interno della cassa contiene oltre ai normali circuiti dei pick-up
anche l’equivalente della circuiteria di 4 effetti diversi. Ma considerata la
statura ed il peso di Squire la cosa non sembra essere particolarmente
fastidiosa…
Brano di tipo corale, con la chitarra di Howe che viene regolarmente lanciata
dalle varie riprese dei riff di Squire. Anche qui si succedono i momenti di
chiaro/scuro, anche se in maniera più serrata. Le parti vocali sono di nuovo
più simili alle atmosfere Yes, e anche dal vivo diventa uno dei brani più
riusciti di tutto l’album (e che ispirerà casualmente il nome della mia
paginetta web che state consultando…)

E qui, ahinoi, arriva il primo vero stop prolungato nella vita degli Yes.
Il disastroso finale del tour inglese in coda al tour mondiale fa precipitare
le cose, e per tre anni degli Yes non si sentirà parlare se non per il fatto
che Steve Howe se ne andrà nei GTR con Steve Hackett e negli ASIA proprio
con Geoffrey Downes, o per Squire e White che tenteranno di formare un
supergruppo, con niente meno che Jimmy Page e Robert Plant degli appena defunti
Led Zeppelin, denominato “XYZ” che stà per l’abbreviazione di
eX Yes Zeppelin“.
Di queste sessions dove comunque Plant non prenderà mai parte restano noti solo
alcuni demo, in parte poi ripesi da Squire nel suo disco con Billy Sherwood
Conspiracy” e, a sorpresa, nell’ultimo album in studio degli Yes
Magnification“.
Si faccia avanti il sig. Trevor Rabin, please…

 

1980

1. Parallels 6:57
2. Time And A Word 4:05
3. Goign For The One 5:13
4. The Gates Of Delirium 22:58
5. Don’t Kill The Whale 4:12
6. Ritual (Nous Sommes Du Soleil) 28:22
7. Wonderous Stories 3 :55

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Patrick Moraz: tastiere
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Nel momento di crisi di qualunque rock band in genere la tecnica è sempre
quella: far uscire un disco live. Si vende bene, e si riesce a guadagnare
quei mesi necessari per raddrizzare la baracca (se tutto va bene).
Ed è quello che Chris Squire fa, anche se ufficialmente il tutto è prodotto
e arrangiato dagli Yes (tranne un pezzo che è prodotto dalla BBC).
Il missaggio però è suo e… si sente! Il suo Ric è, di fatto, in primo piano.
Cosa che ai bassisti può non dispiacere di sicuro, ma agli altri in parte
potrebbe dare fastidio…
La selezione dei brani è comunque interessante, anche se la versione originale
in vinile aveva un problemino non da poco: Ritual era divisa in due parti sul
lato tre l’inizio e sul lato quattro la parte finale.
Cosa ancora più divertente: quando venne fuori la prima versione in cd,
giapponese tra l’altro, molti si buttarono a capofitto convinti che l’unitarietà
del brano sarebbe stata ristabilita in men che non si dica. Sorpresa! La prima
versione giapponese è identica al vinile, Ritual divis in due parti.
Dovremo aspettare la versione remaster di Joe Gastwirt per poter godere della
versione completa.
Spiccano ovviamente oltre ad una eccellente versione di Ritual anche The Gates
Of Delirium
. Entrambe queste esecuzioni provengono dallo stesso concerto di Detroit
dell’agosto 1976, quindi con Patrick Moraz alle tastiere.
A Wakeman restano soltanto gli spiccioli di ParallelsTime And A WordGoing
For The One
 e Wonderous Stories.
Un doppio live tutto sommato breve, ma assolutamente meritevole di un ascolto, e
della ricerca, soprattutto, di una registrazione di tutto il concerto di Detroit
del 17 agosto 1976 alla Cobo Hall.

1981

1. Heart Of The Sunrise 10:32
2. Wonderous Stories 3:45
3. Yours Is No Disgrace 9:41
4. Starship Trooper 9:26
5. Long Distance Runaround 3:33
6. The Fish (Schindleria Praematurus) 2:35
7. And You And I 10:07
8. Roundabout 7:23
9. I’Ve Seen All Good People 7:00

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

 Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Beh, se un doppio live non bastanei momenti di crisi, c’è sempre l’opzione di
emergenza: una bella antologia di materiale in studio.
Ma siccome bisogna pure cuccare i fans, un qualcosina in più bisogna pur darla,
diciamo due versioni live “inedite”, ovvero la versione abbreviata di Roundabout
registrato al Coliseum di Oakland nel 1978 e I’ve Seen All Good People
dal concerto ben noto del Wembley Empire Pool sempre del 1978 (uno dei concerti più
piratati in assoluto nella storia della band).
Due belle versioni dal vivo, niente da dire, ma se Chris avesse buttato fuori
uno Yesshows parte due sarei stato più contento…
Per il resto c’è solo la splendida copertina notturna di Roger Dean.

1983
1. Owner Of A Lonely Heart 4:27
2. Hold On 5:15
3. It Can Happen 5:39
4. Changes 6:16
5. Cinema 2:09
6. Leave It 4:10
7. Our Song 4:16
8. City Of Love 4:48
9. Hearts 7:34

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Tony Kaye: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

E adesso preparate pure l’artiglieria pesante.
Chi mi conosce sa che a me la formazione Yes con Trevor Rabin non è mai
sfagiolata molto. Forse per un eccesso di make-up e gel sui capelli?
Le tutine ginniche da aerobica anni ’80? La scoperta che Tony Kaye suona
con una mano e l’altra fa sempre ciao-ciao al pubblico?
Niente di tutto questo.
Sono Yes, comunque, ma degli Yes diversi, quasi sopravvissuti a se stessi, si
fossero chiamati “Cinema” come era nei progetti, li avrei probabilmente
salutati come “la” nuova band degli anni ’80, ma nel momento che in cui
riavviano la premiata ditta Yes, beh, qui mi si scatena il “Trooper”
che c’è, alla fin fine dentro me.
Dunque un sapore Yes differente perché sono differenti le premesse.
C’è un chitarrista estremamente talentuoso anche con le tastiere, scopriremo poi,
che ha un senso per la creazione melodica da far schiattare mezzo mondo
d’invidia, tanto che oggidì firma prestigiose colonne sonore di film miliardari
negli incassi ai botteghini (vedi “Armageddon” ad esempio).
Mettilo insieme ad un bassista con la passione per i cori vocali (e quindi
armonie a più parti), piazzateci sotto un metronomo alla batteria con licenza
di usare i trigger elettronici e condite il tutto con spolverate di Hammond
ed un paio di Oberheim (all’epoca la tastiera per eccellenza).
Risultato? Una band dal nome “Cinema”, che si ritrova a provare nuovo
materiale per il loro cd di esordio, ma il cui demo casualmente cade tra le mani
di Jon Anderson, fresco dai successi personali di “Animation” (con il
compianto Stefano Cerri al basso). Come al solito Squire ci mette lo zampino,
diciamo così, ed ecco che Anderson si aggiunge al mix e cosa si ritrovano
in mano? Il più grosso Hit Single della storia Yes, ovvero…

OWNER OF A LONELY HEART
Laaa, Si-Do, Re-Ree (pausa)
Quattro note, in fila, semplici semplici, ed uno dei riff più “criminali” (in
senso buono) del rock anni ’80, semplice come l’ABC(D), visto che nella
notazione musicale anglosassone le lettere A, B, C e D stanno proprio per LA,
Si, DO e RE. In questo stà la forza del brano.
Ed è anche una sorta di marchio di fabbrica della premiata ditta Trevor Rabin.
Su questo riff di base si innestano altri due livelli di chitarre, campionamenti
di tastiere buttati qui e lì con sapienza ed avete un hit single di proporzioni
mondiali. Mettiamoci lì un video davvero carino (con un quasi invisibile Eddie
JObson alle tastiere, ma c’è, giuro si vede per un istante brevissimo), un assolo
gaglioffo di chitarra ed il gioco è fatto, si esce dal rosso del conto in banca…
Che il brano sia di grande presa lo testimonia che il riff OOALH è persino
dall’insuperato Frank Zappa che lo sfrutterà per alcuni
memorabili assolo di chitarra.

HOLD ON
Forse il brano migliore del disco. Grandi melodie, riff di basso potenti e profondi,
le tastiere di Kaye che prendono un po’ di coraggio, cori arrangiati con grande
cura, ma è ancora la chitarra di Rabin a condurre la danza. E sopratturro si
comincia a sentire un altro marchio di fabbrica: quello di Trevor Horn che
produrrà tutto l’album, il suo gusto nell’introdurre le varie sezioni del brano
lo ritroveremo d’ora in avanti (e non solo negli Yes) in tute le sue produzioni,
tanto da renderlo riconoscibile quasi istantaneamente, anche se uno non conosce chi
sta suonando in quel momento.

IT CAN HAPPEN
Un altro riffetto semplice semplice, un Chris Squire in grande evidenza alla voce,
ed abbiamo un brano di grande atmosfera, in un’atmosfera che oscilla tra il sospeso
ed il terreno, con il break centrale dell’assolo di chitarra che si apre sul
campionamento della voce di un annunciatore ed ecco Horn che ci mette lo zampino.
Il canone vocale finale è la ciliegina su questo brano.

CHANGES
Sorpresa! Anderson non è più il solo lead singer della band, Trevor Rabin sà
fare pure questo. E vediamolo questo Changes, love song adolescenziale nel testo
ma che compositivamente non lo è affatto. Anche qui quattro note ipnotiche,
di percussioni e basso, break metallici di chitarra, per sciogliersi su un
quasi shuffle assassino, che porta alla strofa iniziale cantata in modo quasi
sognate da Rabin, che lascierà il posto ad un grintoso Anderson per il ritornello.
ancora chiari/scuri che si susseguono per tutta la composizione. Uno dei cavalli
di battaglia di Rabin dal vivo.

CINEMA
Premiata come miglior composizione rock strumentale dell’84, il brano ha un respiro
molto ampio con un suono cristallino della chitarra che espone i temi sul sottofondo
dell’Elektra di Squire, dei controtempi di White e sul crescendo delle tastiere di
Kaye. Il tutto per finire in un colosslae cascata di note che introduce il
pezzo successivo, ovvero…

LEAVE IT
Forse il video più inquietante della storia Yes. Credo che tutti ci ricordiamo
di quelle silhouette che si piegano, ruotano e tornano al loro posto su uno scarno
sfondo bianco, con loro cinque in giacca e cravatta in stile executive.
Armonicamente forse il brano più raffinato, con il trio Rabin, Squire e Anderson a
condurre la danza con Kaye e White sorprendenti coristi di supporto.

OUR SONG
Forse il brano minore di tutto l’album. Grandi ritmi da AOR, suoni pure, coretti
da accendini accesi nell’arena, una chitarra ruffiana quanto basta, insomma ci
sarà pure della gran classe ma il brano non mi convince.

CITY OF LOVE
Ritornano le atmosfere cupe, su un profondo riff di Squire al basso.
Si parlerà della città dell’amore, ma l’inizio così cupo non fa certo pensare
agli innamorati di Peynet…
Un Anderson grintoso a condurre le parti vocali con Rabin e Squire che gli danno
man forte nei ritornelli, suoni e atmosfere che da lì a poco Horn trasferirà
in un’altra band culto degli anni ’80, Frankie Goes To Hollywood.
Anche il riff che da il via al solo di chitarra centrale è di un cupo raramente
visto nel panorama Yes, che dal vivo assumerà connotazioni teatrali davvero
notevoli, testimoniato anche dal video “9012Live” registrato al
Northlands Coliseum di Edmonton, Alberta, Canada.

HEARTS
Altro brano complesso del disco questo che conclude la selezione. Ritmi sincopati,
tempi dispari, cori dal vago sapore gotico, un Anderson finalmente convincente
e gli altri due a tenergli botta nei ritornelli. Atmosfera gotica che rimane
soprattutto nel solo (di vago sapore Bonhaniano la batteria di White, ci avevate
fatto caso? Diavolo di un Horn!) di chitarra. Ed ancora atmosfere tra LedZep e
Deep Purple nel break centrale di Anderson prima della ripresa orchestrale del
tema iniziale che stempera la tensione del brano. Il finale “etereo”, poi,
è forse l’unica pennellata Yes (ancient régime) di tutto il disco.

Che dire alla fine? Dobbiamo essere grati a 90125. In fondo è il disco che ci ha
ridato gli Yes, e che ha fatto in modo che la band arrivasse fino ai nostri
giorni. Certo per Rabin dev’essere stata dura, quando i Troopers scatenati
giocavano con lui al massacro, ma per chi come noi è cresciuto a “pane e Close
to The edge”, beh… “Laaa, Si-Do, Re-Ree (pausa) Sol-Sol (pausa)” è
stata dura da digerire. Meno male che di questi tempi c’è Steve Howe che
litiga con Chris Squire per non suonarla come bis quasi ogni sera al termine
della setlist standard… hehehe

…e cosa ne pensano al riguardo…

Maurizio Cavalca – Genova

Quella che segue non è proprio una recensione, ma piuttosto le mie impressioni
sull’album del Rinnovamento dello YesSound.

Ricordo ancora la sera, che sdraiato sul divano, stavo guardando
“L’orecchiocchio” su RAI 3. La presentatrice annunciava che quella settimana
sarebbe stato pubblicato il nuovo Album dei ” Mitici YES”. Dopo un attimo di
smarrimento cercavo di trovare qualche notizia a riguardo. Poiché internet
non esisteva ancora, sono corso dall’edicolante per comprare Ciao 2001 e Rockstar.
Entrambi non avevano nessuna notizia a riguardo. Il giorno seguente, visto che a
scuola era sciopero, sono andato da “Disco Club” il mio rivenditore di dischi di
fiducia. Era appena arrivato il nuovo album degli Yes. Mi sono fatto dare subito
una copia e dopo una reazione piuttosto schifata per la copertina, ho guardato il
retro della stessa per vedere i nomi dei membri del gruppo e con mio disappunto ho
notato che mancava il “DIO STEVE” alla chitarra. Al suo posto uno sconosciuto
(da me) Trevor Rabin. Con mia sorpresa, e sinceramente mi lasciava del tutto
indifferente, notavo il ritorno di Tony Kaye, e per fortuna Anderson si era
ripreso il suo posto.

Appena arrivato a casa mettevo il disco sul piatto, dopo pochi secondi sentivo
il riff, quasi Heavy, di Owner of a Lonely Heart, e mi sono lasciato avvolgere
dal suono di questo nuovo gruppo. Si perché di nuovo gruppo si doveva parlare.
Non c’era niente che mi ricordasse lo YesSound. Il nuovo chitarrista (anche
tastierista e cantante ) era veramente bravo. Un chitarrista moderno, stile
Van Halen, non invadente, buon gusto e tecnicamente preparatissimo. La sezione
ritmica, anche se più moderna, era perfetta come sempre. Forse un pò più
rocciosa. Tony Kaye suonava le tastiere alla sua maniera, e Rabin faceva
il resto. Anderson pur avendo modernizzato il suo modo di cantare (in alcuni
momenti mi ricordava Sting) era, forse, il vero punto in comune fra Yes anni
’70 e questo nuovo gruppo. La produzione ed il missaggio erano perfetti.
Dietro il banco di regia c’era un volto noto ( forse il migliore produttore
del periodo), quel Trevor Horn tanto criticato per i suoi concerti con gli Yes.

E le canzoni. Praticamente perfette. Torno a ripetere che, visto la mancanza
della chitarra di Steve, il classico equilibrio dello YesSound era saltato.
Ma il disco scorreva senza pesare ed era pieno zeppo di piccoli gioiellini.
Owner of a Lonely Heart (hit single), Hold on (magnifico il coro centrale),
It can Happen (l’intro suonata con il sitar), la stupenda Changes (Rabin
alla voce solista), lo strumentale (Grammy Award) Cinema, le armonie vocali
di Leave It, Our song ( forse la più vicina allo Yessound), la dura City of Love
e la sognante Hearts. Un pezzo più bello dell’altro. Molti Yes fans hanno
storto il naso per questo disco ma personalmente l’ho ritengo ottimo.
Ha riportato in vita gli Yes, proiettandoli nel futuro con un suono moderno
e mai banale. I nostri, avevano provato, a modernizzare lo YesSound ma
avevano fallito clamorosamente prima con Tormato e poi con l’innesto dei
2 Buggles in Drama.

90125 è stato importante per l’economia musicale del gruppo alla stessa maniera
di THE YES ALBUM.

La prova del nove è stata data durante le date del Tour, dove i nostri hanno
confermato di essere sempre grandi. Paragonato alla media degli album dell’epoca
90125 è un capolavoro. Con 90125 ci sono di nuovo gli Yes al meglio e il
rinnovamento portato da Rabin ha risollevato il Dinosauro… e andiamo a
riascoltarci TALK.

1985

1. Hold On 6:57
2. SI (Tony Kaye) 2:40
3. Solly’s Beard (Trevor Rabin) 4:39
4. Soon (Jon Anderson) 2:18
5. Changes 7:00
6. Amazing Grace (Chris Squire) 2:10
7. Whitefish (Squire & White) 8:40

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Tony Kaye: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Strana storia di questo disco. E’ uscito “solo” come vinile in tutto il mondo,
tranne che in Giappone, sull’onda del successo del video che porta lo stesso
titolo, e che ha perso lo scontro di miglior video rock del 1984 con quella “cosa”
chiamata “Michael Jackson” (sorry Ozzie, ma adesso Jacko è più cosa di te,
credo che sarebbe d’accordo anche il fratello di Tony Iommi, detentore del
copyright della ben nota frase). Tranne che in Giappone, dicevo dove è uscito
anche in CD, facendo disperare parecchia gente per porcurarselo.
Strano disco, dicevo. Perché è incentrato sui singoli soli che la band si
concedeva nel tour dell’84. Anche qui Chris Squire non è estraneo al tutto.

HOLD ON
Tratta dal video di 9012Live ad Edmonton, è un’ottima versione, l’introduzione
di batteria è il quasi solo di Alan White, come da celeberrima presentazione
di Jon ANderson.

SI
E’ il solo di tastiere di Tony Kaye, che probabilmente facendo violenza a se stesso
(e al suo tunnel carpale) utilizza tastiere elettroniche e synth a manetta fino
al finale d’organo simil-a-canne con quella smaccata citazione.

SOLLY’S BEARD
Tocca a Trevor Rabin fare il virtuoso con la sua chitarra acustica. Di paragoni
con Howe non se ne parla proprio. Troppo differenti in stile e classe, non a caso
le scalette finali di Rabin la dicono lunga sulla sua tendenza live ad essere
il “bwana dik” (citazione zappiana, scusate) della band. Da qui anche
la sorpresa degli anziani della band nel vedere torme di ragazzine alla caccia
del “bel Trevor” nel backstage…

SOON
E’ la parte finale di “The Gates Of Delirium” da “Relayer” che qui viene
presentata come “solo spot” per Jon Anderson. Esecuzione di maniera, normale
per noi “Troopers”, una rivelazione forse per i “Generators” (ovvero i fans che
hanno scoperto gli Yes da 90125 in avanti e, poi, all’indietro).

CHANGES
Anche questa versione proviene dal video ufficiale registrato ad Edmonton.
Bella versione.

AMAZING GRACE
Questo traditional americano è partito come test della pedaliera Taurus
di Chris Squire in studio ai tempi di “Drama”, è diventato la base
dei soli di basso di Squire a partire dal “Drama Tour” che poi sfociavano in
quello che poi è diventato il seguente…

WHITEFISH
Ed eccolo il buon “The Fish” riveduto e corretto per gli anni ’80, ed inseguito
agli anni ’90 e del nuovo secolo. Uno Squire che gigioneggia con le pause,
teatrale al massimo nei movimenti di palco, che duetta con Alan White che qui
trova i suoi veri piccoli spot solo (gli unici veri soli li ha fatti nel tour
di “Open Your Eyes”). D’ora in avanti i soli di Squire saranno costruiti sui
riff base di The Fish per essere poi farciti da citazioni di altri suoi riff
“storici”, in questo caso troviamo “Tempus Fugit” e “Sound Chaser” che
concluderà il solo sulla scala ascendente originale di The Fish.

1987

La copertina è dell’edizione in CD
1. Rhythm Of Love 4:49
2. Big Generator 4:31
3. Shoot High Aim Low 7:59
4. Almost Like Love 5:58
5. Love Will Find A Way 4:48
6. Final Eyes 6:20
7. I’m Running 7:34
8. Holy Lamb 3:15

Copertina dell’edizione in vinile

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Tony Kaye: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Altro disco dalla genesi faticosa, da un certo punto di vista.
Una band che arriva dal primo grande hit single della carriera, non può che
lasciarsi andare che ad un bel po’ di bagordi e festicciole.
E’ quello che capita agli Yes quando decidono di venire in Italia, per scrivere
il nuovo disco. Scelgono il Castello di Carimate in Brianza per registrare, ma
anche il buon vino italiano, oltre forse a qualcos’altro. Insomma gomiti alzati
al cielo e chitarre sui trespoli in attesa di essere usate.
Il fatto che questo disco poi sarà prodotto da ben 4 persone differenti, Yes,
Trevor Rabin, Paul de Villiers e Trevor Horn, la dice lunga su che razza di
gestazione la band sia andata incontro. Le registazioni sono iniziate in Italia
e sono proseguite a Londra e Los Angeles. Quindi suoni e umori differenti ogni
volta.

RHYTHM OF LOVE
Grandi cori e atmosfere sognante, che lancia un ritmo sostenuto che
echeggia “Owner Of A Lonely Heart”, anche perché la band era sotto
pressione da parte dell’Atlantic per un nuovo hit single. Il motivo è
indubbiamente accattivante, Rabin sa come far girare le melodie, ma il tutto
sa di maniera AOR.

BIG GENERATOR
La “title track” parte su un riff molto heavy di basso e chitarra, con brevi
break di tastiere e di una chitarra pulitina. La strofa e ritornello seguenti
alternano spazi dilatati all’inizio con una serrata ripresa del riff di apertura.
Il break centrale di chitarra è molto heavy e spaziale ma la ripresa vocale
a fatica mantiene il pathos che Rabin cerca di stabilire. Ed il tutto prosegue
con una sorta di incertezza su come conludere il brano.

SHOOT HIGH AIM LOW
Ancora atmosfere e suoni spaziali, sul quale parte un interessante duetto vocale
ta Anderson e Rabin, le tastiere cominciano ad emergere mentre le chitarre
fanno contorno e colore fino all’assolo di chitarra acustica prima ed elettrica
poi di Rabin. Riprendono poi i duetti vocali che portano al finale in
lento sfumato come se il tutto dovesse perdersi nello spazio

ALMOST LIKE LOVE
Grandi ritmi in apertura con pennellate di Hammond che fanno da base per
l’esposizione del tema da parte delle tastiere che portano al grintoso inizio
vocale di Anderson. Il ritornello riprende il tema iniziale sottolineato da
una chitarrina accattivante. Ancora atmosferiche radiofoniche americane,
anche se sempre di grande classe.
Verso la fine c’è un breve break di sapore Yes vecchia maniera, ma è cosa di
secondi.

LOVE WILL FIND A WAY
Questo brano originariamente non era stato scritto per gli Yes.
Bensì per “Stevie Nicks” all’epoca ex-cantante dei “Fleetwood Mac”
reduci dal succcesso mondial di “Rumors”.
Che poi in tutto e per tutto questo brano potesse essere un outtake di Rumors,
ascoltandolo lo si potrebbe anche prendere per buono. Il brano nella sua
struttura base è fatto su misura per la “zingaresca” Stevie, ma viene
mirabilmente arrangiato per le corde della band (diavolo di un Trevor!).
Secondo quanto afferma Trevor in YesYears (il video), si è pure preso un
simpatico cazziatone dalla bella Stevie per avergli soffiato il brano e
averlo fatto con gli Yes…
Assolutamente buffo il video di questo brano.

FINAL EYES
Tipica canzone andersoniana, sulla quale si innestano le variazioni di Rabin,
che movimentano l’atmosfera della song, per poi ritornare ad un break
andersoniano. Questa alternanza rende almeno interessante l’ascolto, se non
altro perché inizia una sorta di gioco tra le le due anime Yes di quelli
che oramai stanno per essere definiti come “Yes West”. Bello il finale
sospeso su un assolo di chitarra acustica di Rabin.

I’M RUNNING
Toh, chi si risente, Mr. Christopher Squire! Apre un riff di basso molto
rauco subito ripreso dalla chitarra di Rabin. Il tutto si sfocia in un
attacco vocale di Anderson molto sospeso che prende fiato e corpo nel
momento in cui riparte la batteria per poi ripiombare in quest’atmosfera
di attesa.
Il break centrale cambia completamente atmosfera e ci riporta in pieno
U.S. Market, per ripiombare in un’atmosfera sospesa introdotta dalla chitarra
e continuata dalle parti vocali corali che fanno riprendere ritmo a tutta la
composizione.

HOLY LAMB
(Song for the harmonic convergence)
Ritornano le atmosfere andersoniane, in questo brano conclusivo.
Atmosfere molto distese, tipiche del nostro Jon, che poi prendono un po’ di corpo
nella parte centrale.

E’ forse facile intuire che a me questo disco non piace poi molto.
Poche idee non sempre felicemente sviluppate, ed un evidente continuo cambio
di situazione nella registrazione si sentono molto chiaramente attraverso
tutto il disco. D’altronde come capita spesso nella vita, nel momento in cui
arriva un minimo di appagamento ci si adagia sempre nella nuova situazione
venutasi a creare, e quindi si… “pedala un po’ meno tutti assieme nella stessa
direzione”.

1991
1. I Would Have Waited Forever 6:32
2. Shock To The System 5:09
3. Masquerade 2:18
4. Lift Me Up 6:30
5. Without Hope You Cannot Start
The Day 5:18
6. Saving My Heart 4:42
7. Miracle Of Life 7:30
8. Silent Talking 4:01
9. The More We Live – Let Go 4:34
10. Angkor Wat 5:24
11. Dangerous
(Look In The Light Of What You’re
Searching For) 3:39
12. Holding On 5:24
13. Evensong 0:52
14. Take The Water To The Mountain 3:10
15. Give And Take 0:00
La canzone “Give And Take” è presente solo come bonus nell’edizione europea

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Dopo lo scioglimento della band al termine del Big Generator tour, si costituiscono
i due schieramenti “YesWest” con Squire, White, Rabin e Kaye e “YesEast”
costituiti dai 4 storici Anderson, Bruford, Wakeman & Howe reduci dal buon
successo dell’omonimo disco ABW&H e tour relativo insidiosamente intitolato
“An Evening Of Yes Music Plus”, che darà modo agli avvocati delle parti
di poter passare alcune settimane in tribunale per decidere su chi debba
utilizzare il marchio “Yes” e la denominazione “Yes”. Cosa non da poco, tanto
che ci vanno in mezzo pure le due case discografiche che hanno sotto contratto
le due parti.
Alla fine si arriva alla salomonica decisione “armata” di fare un tutt’uno
dei due contendenti. Il risultato è questo disco e al relativo tour
diplomatico (spiegherò poi perché). Rick Wakeman, con la sua storica arguzia e
britannico senso dello humor, ha sempre soprannominato questo disco “Onion”
(cipolla) perché la situazione era così triste e forzata da far piangere…
In effetti questo è un disco fatto a scacchiera in mezzo mondo. Quando c’era
uno YesWest in studio non c’era nessuno dell’altro schieramento, i produttori
dovevano prendere quasi chi capitava per andare avanti con le sedute di
registrazioni, e di fatto alla fine Union diventa due mezzi dischi messi
assieme: il seguito di Big Generator ed il quasi secondo di ABW&H.
Per meglio capire la situazione dopo ogni brano troverete un codice:
(YE) – Yes East ovvero Anderson, Bruford, Wakeman & Howe
(YW) – Yes West ovvero Squire, White, Rabin & Kaye

I WOULD HAVE WAITED FOREVER (YE)
Forse una delle cose migliori di tutto il disco. Una composizione davvero
ispirata e grintosa. Siamo in pieno ABW&H, cosa confermata anche dal
lavoro di basso di Tony Levin. Grandi lavori delle voci ed anche un Howe
molto attivo alle chitarre.

SHOCK TO THE SYSTEM (YE)
Un’altra canzone con un riff davvero accattivante, forse più suonata
rispetto alla precedente, comunque godibile.

MASQUERADE (YE)
Classico solo di chitarra di Howe. Classe, stile, gusto.
tutto quello che c’è da aspettarsi dal Maestro.

LIFT ME UP (Yw)
Ecco far capolino i “cattivi maestri”. Casualmente Rabin ha sempre
definito il brano migliore del disco “e non perché l’ho scritto io”, cito
testualmente. Il brani apre con uno svisone di chitarra di Rabin, sul
quale si innesta un arpeggio di tastiera (ciao Tony!!), che fa da preparazione
alla strofe cantate da Jon e Trevor su un semplice arpeggio di chitarra.
Il cantato a seconda del momento vede l’uno o l’altro un po’ più in primo
piano. Squire se ne sta tranquillo in secondo piano a fare da supporto.
Miglior brano del disco. Mah, per me c’è di meglio.

WITHOUT HOPE YOU CANNOT START THE DAY (YE)
Brano di atmosfera questo con un bel Wakeman al piano a condurre la danza
sui vocalizzi di Anderson, che l’ingresso di Howe alla steel preparano il
cambio di atmosfera. Un altra composizione che non passerà alla storia ma
almeno ha gusto da vendere…

SAVING MY HEART (Yw)
Torniamo ad atmosfere che avevamo lasciato in Big Generator. Un quasi
reggae proprio da AM-Radio, che riprende atmosfere nel ritornello tipiche
di quei Fleetwood Mac imperanti all’epoca.

MIRACLE OF LIFE (Yw)
All’improvviso si torna su atmosfere più prog con l’apertura di questo
brano con le tastiere di Kaye che si sentono, su una base ritmica
frastagliata di White e Squire. Il tutto per passare ad un break di atmosfera
con uno Squire in evidenza, che prepara la parte cantata. Anche qui Rabin e
Anderson si alternano a prendere il primo piano vocale. In questo brano,
dovessimo fare un paragone sportivo, YW tenta di rimontare il 3-0 al
quale sono costretti, e vanno al (qui) meritato 3-1. Che sia un caso che ci
sia lo zampino di Eddie Offord? Ma quanto bello non è rivedere certe persone
alla consolle?

SILENT TALKING (YE)
E’ evidente che la corazzata YE ha ancora armi da utilizzare, e lo fa in
questo brano di atmosfere di grande pathos, dove le tastiere di Wakeman e
le chitarre di Howe spadroneggiano. E’ evidente anche che Anderson è molto
più a suo agio in questo ambiente. E si va sul 4-1.

THE MORE WE LIVE – LET GO (Yw)
Ma è lo YW che segna forse il goal più bello del disco con questa gemma di
Chris squire e dell’allora “sconosciuto” Billy Sherwood che “apprezzeremo” in
seguito. Ma quel che colpisce è che il brano, stavolta proprio prodotto da
Eddie Offord, ci fa vedere che cosa è ancora capace di combinare dopo anni
di quasi ritiro. Ed il brano è comunque, a mio parere, di una spanna sopra
tutti gli altri brani. Lo score è 4-2 per YE.

ANGKOR WAT (YE)
Brano etno andersoniano. Con tanto di poesia recitata in cambogiano. Ed è anche la prima volta che una voce femminile appare in un disco Yes. Gran lavoro di Wakeman alle tastiere. DANGEROUS
(Look in the light of what you’re searching for) (YE)
Si ritorna sui ritmi che hanno aperto il disco, con Levin che “slappa”
allegramente al basso. Ancora una volta gran lavoro delle voci di Jon.
Inusuali i break percussivi di Bruford che si sfoga con i suoi pad.

HOLDING ON (YE)
I ritmi proseguono anche in questo brano, anche se sono le chitarre con
le loro pennellate echeggianti a condurre le danze. Ancora grandi armonie di
Jon, specie nel ritornello che prepaprano l’arrivo di Howe, per proseguire
sulla loro alternanza di break. Punteggio immutato ma il centrocampo è
chiaramente YE e la partita oramai è vinta.

EVENSONG (YE)
Strana composizione, molto breve, quasi ambent.

TAKE THE RIVER TO THE MOUNTAIN (YE)
Per gli americani il disco si chiude con questa canzone d’atmosfera. Niente
di particolare da segnalare, se non le tavolozze di colori utilizzati per
contornare il cantato di Anderson.

GIVE AND TAKE (YE)
Per noi europei invece arriva quasi il brivido dell’autogoal. Magari in moviola
si è pure visto che la palla ha passato la linea di rete, però l’arbitro dice
che è tutto regolare.
Non chiedetemi perché l’hanno inclusa. Fosse stata su un disco solo del
Maestro Howe, nessuno avrebbe avuto nulla da ridire, ma non è proprio che si
sarebbe definito Yes-material.

A seguito di questo disco segue il tour promozional/legale. Perché anche il
palco è di fatto diviso rigidamente in YE e YW. Guardando dalla platea troviamo
sulla sinistra tutto lo YesWest con Squire a fare da frontiera orientale, a destra
troviamo lo YesEast con Anderson a guardia del confine occidentale.
Il video “Union Tour” è assolutamente impietoso da questo punto di vista.
Sono proprio due band che suonano contemporaneamente sul palco (le espressioni
di Steve Howe sono assolutamente mitiche). Comunque come sempre capita in questi
casi “politici” nasce anche una mutua ammirazione tra Wakeman e Rabin.

YESYEARS

1991

I MUSICANTI
Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Geoffrey Downes: tastiere
Trevor Horn: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Patrick Moraz: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Billy Sherwood: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

DISCO 1


1. Something’s Coming 7:06
2. Survival 6:18
3. Every Little Thing 5:41
4. Then 4:18
5. Everydays 4:08
6. Sweet Dreams 3:49
7. No Opportunity Necessary, No Experience
Needed 4:48
8. Time And A Word 4:31
9. Starship Trooper 9:26
10. Yours Is No Disgrace 9:40
11. I’ve Seen All Good People 6:53
12. Long Distance Runaround 3:33
13. The Fish (Schindleria Praematurus) 2:35

DISCO 2


1. Roundabout 8:31
2. Heart Of The Sunrise 10:31
3. America (single version) 4:03
4. Close To The Edge 18:34
5. Ritual 21:33
6. Sound Chaser 9:23

DISCO 3


1. Soon (single version) 4:06
2. Amazing Grace 2:31
3. Vevey, part 1 1:07
4. Wonderous Stories 3:45
5. Awaken 15:34
6. Montreaux’s Theme 2:26
7. Vevey, part 2 0:57
8. Going For The One 5:32
9. Money 3:12
10. Abilene 3:55
11. Don’t Kill The Whale 3:55
12. On The Silent Wings Of Freedom 7:45
13. Does It really Happen? 6:34
14. Tempus Fugit 5:14
15. Run With The Fox 4:09
16. I’m Down 2:31

DISCO 4


1. Make It Easy 6:08
2. It Can Happen 6:01
3. Owner Of A Lonely Heart 4:27
4. Hold On 5:15
5. Shoot High Aim Low 7:00
6. Rhythm Of Love 4:46
7. Love Will Find A Way 4:49
8. Changes 7:34
9. And You And I 10:49
10. Heart Of The Sunrise 10:50
11. Love Conquers All 4:47

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Il primo vero cofanetto antologico della band, con un eccellente libretto formato
album vinile. Costituito da 4 cd, i primi due scivolano via tranquilli non
essendoci cose particolarmente prelibate, eccezion fatta per la versione
“singolo” di America nel secondo cd.
Il cd più succulento è di sicuro il terzo.
Si parte con Soon versione singolo da The Gates Of Delirium, per passare
poi alla versione in studio di Amazing Grace il solo di basso di Chris
Squire nel periodo di Drama, qui registrato però nel 1976.
Le vere primizie arivano con gli outtakes di “Going For The One”.
Si parte con Vevey, part 1 duetto tra Jon all’arpa e Rick all’organo a
canne della chiesa di Vevey. Siamo nel pieno delle sedute di Going For The One.
Il duetto è un estratto dell’improvvisazione che è anche testimoniata nei video
dell’epoca.
Si passa poi al Montreaux’s Theme,che sembra essere un tentativo di
sviluppo di quella che era la parte strumentale originaria di “Awaken”
nel breve brano intitolato “High Vibration” proposto alcune volte durante
il “Solo Tour”. Si tratta di un breve brano strumentale, molto etereo, condotto
dalle chitarre di Howe, contrappuntato dal basso di Squire e da un sottile lavoro
di batteria di White.
Il successivo è Vevey, part 2, prosecuzione della precedente o altro
spezzone collegato alla precedente “Part 1”, anche qui solo Jon e Rick.
Questo Money è un outtake da “Going For The One”. Si tratta
di un allegro divertissment della band sul fatto (autobiografico?) che i soldi
vanno e vengono. Un rockettino senza grosse pretese, il tutto con in sottofondo
un inedito Rick Wakeman che “scimmiotta” un lettore di giornale radio della BBC.
Viene poi questo Abilene, retro del singolo “Don’t Kill The Whale”
dal periodo di Tormato. Con dei rumori di sottofondo da film western, è una song
quasi da Yes primo periodo, ante “Yes Album”.
Con questa Run With The Fox siamo nel periodo “cupo” tra “Drama” e
“90125”. E’ da attribuire ufficialmente ai soli Squire e White, anche perché
con questa denominazione è stata pubblicata come singolo… una tantum.
Si tratta di una composizione che probabilmente su Drama ci sarebbe proprio bene.
La cosa che colpisce è la potenza vocale di Squire che qui fa tutto lui. Anche
questo brano come tutto il suo primo disco solo “Fish Out Of Water” non è
presente di fatto la chitarra (a volte i bassisti sono proprio strani… hehehe)
Una cover dei Beatles, I’m Down, chiude il terzo disco. E’ tratta dal
ben noto concerto del Roosevelt Stadium, Jersey City, New Jersey, del 17 giugno
1976, nella registrazione radiofonica della WYSP-FM Radio, Philadelphia. Tra
l’altro anche questo concerto è uno dei più piratati in assoluto. Detto tra noi
(e a bassa voce) una ben nota “marca” di bootleggari lo ha pubblicato questo
concerto con due titoli differenti, mescolando un po’ la scaletta…
Si tratta di una cover comunque divertente e suonata con molta foga.

Il quarto cd si apre con questa Make It Easy, outtake dai demo dei Cinema,
il cui inizio viene poi utilizzato regolarmente per introdurre la versione live
di Owner Of A lonely Heart. Brano tipicamente rabiniano, grandi ritmi,
chitarroni tipici anni 80, e Trevor a far di tutto con le voci.
A seguire viene inserita la versione iniziale di It Can Happen,
che vede Chris Squire come voce solista. Come versione non è male e di fatto
la ritroviamo quasi integralmente nella “versione ufficiale” di 90125.
A conclusione del quarto cd ci vengono proposte tre selezioni live, tratte dagli
archivi della Westwood One Radio Production, che produce settimanalmente un radio
show di concerti rock live e proposto dalle radio in FM affiliate alla WW1.
Si tratta di Changes, And You And I e Heart Of The Sunrise
. Sono tratte dal tour di Big Generator, ed anche il libretto non ci aiuta molto
nel localizzare esattamente la serata di registrazione. Sono tre belle versioni
live, suonate molto bene.
Conclude la raccolta la seconda apparizione nell’universo Yes di Billy Sherwood,
componendo assieme a Squire questa Love Conquers All, anche questa
versione primigenia, che poi ritroveremo ufficialmente pubblicata sul recent
album del duo Squire/Sherwood “Conspiracy”. Da notare che l’assolo di
tastiere è di Trevor Rabin.

1992

I MUSICANTI
Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Geoffrey Downes: tastiere
Trevor Horn: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Patrick Moraz: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Billy Sherwood: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Scaletta edizione europea
1. Survival 6:18
2. No Opportunity Necessary, No Experience
Needed 4:48
3. Time And A Word 4:31
4. Starship Trooper 9:26
5. I’ve Seen All Good People 6:53
6. Roundabout 8:31
7. Heart Of The Sunrise 10:31
8. Close To The Edge 18:34
9. Ritual 21:33
10. Soon (single version) 4:06
11. Wonderous Stories 3:45
12. Going For The One 5:32
13. Don’t Kill The Whale 3:55
14. Make It Easy 6:08
15. It Can Happen 6:01
16. Owner Of A Lonely Heart 4:27
17. Rhythm Of Love 4:46

Scaletta edizione americana
1. Something’s Coming 7:06
2. Survival 6:18
3. Every Little Thing 5:41
4. No Opportunity Necessary, No Experience
Needed 4:48
5. Time And A Word 4:31
6. Starship Trooper 9:26
7. Yours Is No Disgrace 9:40
8. I’ve Seen All Good People 6:53
9. Roundabout 8:31
10. Heart Of The Sunrise 10:31
11. Long Distance Runaround 3:33
12. The Fish (Schindleria Praematurus) 2:35
13. America (single version) 4:03
14. Close To The Edge 18:34
15. Ritual 21:33
16. Soon (single version) 4:06
17. Wonderous Stories 3:45
18. Going For The One 5:32
19. Don’t Kill The Whale 3:55
20. Owner Of A Lonely Heart 4:27
21. Rhythm Of Love 4:46

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Versione compatta del precedente cofaneto quadruplo non contiene, sia nella
versione europea che in quella americana, alcun inedito o versione alternativa
ulteriore rispetto al precedente YesYears. Esce solo in coincidenza con il video
VHS omonimo.
Una ulteriore maniera per pendere tempo con le beghe legali.

1993

1. Survival 6:18
2. Time And A Word 4:31
3. Starship Trooper 9:26
4. I’ve Seen All Good People 6:53
5. Roundabout 8:31
6. Long Distance Runaround 3:33
7. The Fish (Schindleria Praematurus) 2:35
8. Soon (single version) 4:06
9. Wonderous Stories 3:45
10. Going For The One 5:32
11. Owner Of A Lonely Heart 4:27
12. Leave It 4:10
13. Rhythm Of Love 4:46

I MUSICANTI
Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Patrick Moraz: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Quello che avevo detto per YesYears vale anche per questo terzo, consecutivo, CD
antologico. Sempre o quasi le stesse selezioni dei brani.
Di fatto buono solo per i collezionisti “puri” che devono avere veramente tutto.
Infatti, io, questo non ce l’ho…

1994

1. The Calling 6:52
2. I Am Waiting 7:22
3. Real Love 8:42
4. State Of Play 4:58
5. Walls 4:52
6. Where Will You Be 6:03
7. Endless Dream 15:41

In Giappone la versione in CD contiene dopo “Endless Dream”
la versione estesa di “The Calling”, così come nella ristampa
effettuata nel 2002 (la cosiddetta “Collector’s Edition”) dalla Spitfire Records.

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Tony Kaye: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Ed eccoci al disco che io amo odiare di più di tutta la discografia Yes.
Proprio non mi va. Soprattutto quando scopri che alcuni degli sprazzi più belli
del disco li hanno tolti dal missaggio finale, ma te li piazzano nel promo
per le radio che, notoriamente degli Yes si interessano davvero poco. Se non
altro ho avuto la fortuna di avere un amico che lavora in una radio che mi ha
cortesemente fornito di “copia” di detto promo così da tacitare la mia fame
yessofila.
Che poi proprio di un brutto disco non si può proprio parlare, qualche sprazzo
c’è, addirittura forse contiene la migliore cosa che Rabin ha fatto con gli Yes,
solo che è arrivata, come al solito, troppo tardi.
Da notare che per la gran parte del disco Trevor suona pure le tastiere, lasciando
a Tony Kaye solo delle parti quasi marginali di organo Hammond.
Tra l’altro questo è il primo disco registrato completamente in digitale della
band su due Hard Disk da 40Gb (un HD che all’epoca nessuno di noi si sognava…),
e ricordiamoci che stiamo parlando del 1994.
Ma vediamolo da vicino questo “controverso” disco.

THE CALLING
E’ il brano incriminato con la parte centrale mancante, ma presente sul promo.
Brano dal ritmo sostenuto con un gran dispiegamento di chitarre e di cori.
Anche qui le radio americane sono in sottofondo per l’impostazione di alcune
sonorità. Quello che salta subito all’orecchio è il marcato marchio di fabbrica
di Trevor Rabin, oramai pienamente in controllo compositivo della band.

I AM WAITING
Altro brano di grande atmosfera, con continui sbalzi di sonorità, tra il sognante
del cantato di Jon e le chitarre ora potenti ora delicate di Trevor.
Un brano che viaggia sempre con un senso di incompiuto addosso.

REAL LOVE
Il brano inizia con una sorta di crescendo misterioso basato sulle tastiere di
Rabin e il basso di Squire, che porta all’ingresso del cantato di Anderson.
L’atmosfera ricorda molto Big Generator in questa parte iniziale, e solo quando
arriva il ritornello il brano inizia a prendere quota anche a livello di
orchestrazione. Si rientra poi in quell’atmosfera pesante da Big Generator.

STATE OF PLAY
Altra song rabiniana, grandi chitarroni tirati, che sfociano in un muro di chitarre
acustiche per l’inizio della strofa, per poi arrivare al ritornello cantato dove
le tastiere prendono per mano la composizione per riportarla al riff iniziale
dove partono gli assoli di Rabin e al break vocale di Rabin.

WALLS
Brano con una storia alle spalle. Roger Hodgson, uno dei leader dei disciolti
“Supertramp” era stato pe qualche settimana in predicato di entrare negli
Yes, e quella che ascoltiamo poteva essere benissimo il nuovo sound degli anni ’90
degli Yes. Ovvero il suono Supertramp. Infatti questa Walls è 100% puro Hodgson,
ovvero un altra maniera di intendere il rock, rock sofisticato, con una sottile vena
umoristica (ricordate la copertine di Supertramp di “Crisis? What Crisis?” oppure
“Breakfast in America”?). Il brano indubbiamente ottimo per gli States, non a caso
gli Yes lo hanno eseguito ad esempio al “Late Show with Dave Letterman”, in una
performance immortalata, per fortuna, in qualche videocassetta privata.

WHERE WILL YOU BE
Su un ritmo ipnotico molto “YesWorld Music” si sviluppa questa ballata Andersoniana
che sarebbe stata perfetta in un album di Jon come solista, ma che in un disco Yes
per come è strutturata, lascia un po’ perplessi. Anche in questo caso la dinamica
della canzone si sviluppa in un crescendo di atmosfera che culmina con il cambio
di tonalità, da minore a maggiore, per ritornare in minore pe l’assolo di Rabin
con l’acustica.

ENDLESS DREAM
Ok, qui lo dico e lo scrivo pure su internet.
Questa composizione è la miglior cosa di Rabin con gli Yes. Finalmente qui
qualcuno o qualcosa ha fatto capire a Trevor cosa doveva scrivere o avrebbe dovuto
scrivere dal 1983 al 1994.
Divisa in tre parti, qui gli Yes recuperano le sonorità e le energie che li hanno
resi grandi.
Si parte con “Silent Spring su un serrato e sospeso arpeggio di pianoforte,
sul quale si innestano i break di basso e chitarra, dal quale si diparte il primo
tema di basso, sopra il quale la chitarra lanciata di Rabin fa il suo primo solo.
Con l’ingresso del cantato di Rabin si passa alla seconda parte Talk.
Ancora il piano ad introdurre il secondo tema principale della composizione che
introduce il cantato di Anderson. Finalmente delle atmosfere convincenti, ed uno
sviluppo tematico che lascia ben sperare. Segue una sezione “quasi elettronica”
con le chitarre filtrate di Rabin che ci portano all’esplosione del primo solo
che riprende poi il primo tema cantato da Anderson. A questo punto si dipanano
tutte le variazioni sui vari temi finora esposti. Fino ad arrivare alla quasi
sacrale terza parte Endless Dream con la quale si conclude questa
cavalcata sonora finalmente convincente.

Due parole su cosa ci siamo persi originariamente nel brano si apertura, che
ta l’altro abbiamo a disposizione in due maniere. La prima è la versione
giapponese di Talk che conteneva già originariamente in coda al CD la
versione completa di “The Calling”, la seconda è la versione cosiddetta
“Collector’s Edition” che contiene in coda al CD appunto anche questa la
versione originale di The Calling, oltre ad un agile saggio sugi Yes di Chris
Welch, ex giornalista del “Melody Maker” e biografo ufficiale della band fin
dagli esordi.
Dicevo il momento topico arriva al 3:47 fino al 4:58, quando si aprono delle
atmosfere dilatate che avevamo scordato dai tempi di “Close To The Edge”. E’
poco più di un minuto ma che cambia completamente la fruizione del brano.

1996

Disco 1
1. Siberian Khatru 10:16
2. The Revealing Science Of God 20:12
3. America 10:28
4. Onward 5:48
5. Awaken 18:33
Disco 2
1. Roundabout 8:30
2. Starship Trooper 13:05
3. Be the One 9:50
4. That, That Is 19:14

I brani “Be The One” e “That, That Is” sono state registrati in studio,
tutti gli altri sono ripresi dalla tre giorni di San Luis Obispo, Calif.

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

A sorpresa nella primavera 1996 gli Yes in formazione “Classica” fanno sapere
che terranno due concerti (che diventeranno tre a causa della inaspettata
richiesta di biglietti) al Fremont Theatre di San Luis Obispo in California.
Fermento alle stelle tra i fans che all’idea d rivedere Wakeman e Howe con
Anderson, Squire e White, cominciano a rimugunare su cosa mai avrebbero potuto
eseguire dal vivo.
Il concetto base era quello di fare un omaggio alle grandi composizioni passate
della band (i cosiddetti Masterworks). Il tutto ovviamente sarebbe stato
registrato e filmato.
La band ricostituita arriva in forma non assolutamente perfetta all’appuntamento,
ma la carica emotiva di tutti i presenti sia sul palco che in platea fa si che
questi concerti si rivelino un successo inaspettato oltre ogni più rosea previsione.
Il video (ufficiale) di KTA è a questo punto di vista un capolavoro di regia
televisiva per nascondere le… “magagne” in particolare di Howe e Anderson che,
ad un occhio attento comunque non sfuggono per gli evidenti fuori sincronia di
alcune riprese “strategiche” in campo lungo. Le varie registrazioni private ed
anche il video amatoriale “approvato” dalla band stessa (!!) poi ci fa scoprire
che le registrazioni live di questo cd e del seguente sono ampiamente rimaneggiate
in studio. Si chiamano “trucchi del mestiere” e questa non sarà di certo l’ultima
volta che si ritoccano in studio i dischi dal vivo…

Comunque sia il primo CD è una delizia da ascoltare.
Si parte con Siberian Khatru magari un pelo più lenta di come siamo
abituati a sentirla da Yessongs, ma poi si passa a The Revealing Science Of
God dove la band riprende il volo per passare ad una bella esecuzione di
America e, soprattutto, ad una splendida esecuzione di Onward che
stupisce di sicuro tutta l’audience del Fremont Theatre. Il tutto per concludere
con un’ennesima bella versione di Awaken. (sottovoce: taroccato in studio
ma sempre molto bello!!)

Il secondo Cd si apre con due tracce dal vivo, Roundabout e Starship Trooper.
Sono due belle esecuzioni ma sono anche brani che oramai potrebbero essere lasciati
da parte ogni tanto.
Si arriva poi alle due “sorprese” finali. Due brani in studio nuovi di zecca
realizzati dal ritrovato “Classic Yes line-up”. Vediamoli, meglio ascoltiamoli.

BE THE ONE
Si parte con la chitarra di Howe che apre per il cantato di Anderson per la prima
parte della composizione The One. Atmosfere dilatate, quasi sospese, ma
che differenza dal periodo Rabin! Per molti di noi è una specie di ritorno a casa.
Una cosa un po’ buffa che noto è che al termine della prima parte cantata c’è un
crescendo della tensione ritmica, nella seconda parte Humankind, solo che
il drumming di White è estrememente brufordiano del periodo di Fragile.
E’ un frammento molto breve ma sorprendente. Si giunge poi alla parte finale
Skates dove Howe prnde per mano il resto della band fino alla conclusione
del brano.

THAT, THAT IS
Ancora Howe in grande evidenza nell’inizio di questo brano nella sezione
intitolata Togetherness, con la sua chitarra acustica che introduce la
seconda sezione Crossfire che su crescendo vocale di Anderson introduce
il riff base di questa base, velocissimo di chitarra e basso. Sopra il quale
partono le strofe cantate da Anderson. Grande energia come non sentivamo da certi
sprazzi che avevamo potuto ascoltare in ABW&H. Il tutto per sciogliersi
nel break disteso della terza parte The Giving Thing che riprende in parte
il tema iniziale di Togetherness. Grande lavoro in sottofondo della voce di Squire.
Si riprende quota ritmica con la quarta parte That Is con le tastiere di
Wakeman che si rialzano un po’ nel missaggio, ma è la sezione ritmica di Squire e
White a condurre la danza con i loro tempi spezzati sul cantato di Anderson.
E questa parte ritmica si rafforza e si espande nella successiva All In All
dove vengono presi per mano dalle tastiere di Wakeman, che ci portano a ripendere
il tema di chitarra acustica che aveva aperto questa suite nelle nuova parte
How Did Heaven Begin e che poi ci farà tornare sul serrato riff di Crossfire
nella conclusiva sezione Agree To Agree che si pare con un assolo di
chitarra di Howe che si alterna alle tastiere per preparare il rientro del finale
cantato da Anderson. Il tutto in un crescendo finale davvero notevole.
Peccato che queste due comosizioni non vedranno mai l’esecuzione dal vivo.

Beh, che dire alla fine di tutto questo?
Che dopo questo KTA molti fans degli Yes hanno pensato al ritorno dei bei tempi
andati. In molti pregustavamo un nuovo tour della band con anche l’esecuzione di
queste nuove tracce in studio. Invece stavamo per andare incontro ad un papocchio
commerciale davvero strano. Nel giro davvero di poche settimane di lì a poco
avremmo trovato in negozio il secondo volume di KTA ed un nuovo disco in studio,
senza Wakeman ma con Billy Sherwood ed Igor Khoroshev, ovvero Open Your Eyes.

1997

Disco 1
1. I’ve Seen All Good People 7:16
2. Going For The One 4:58
3. Time And A Word 6:23
4. Close To The Edge 19:40
5. Turn Of The Century 7:55
6. And You And I 10:48
Disco 2
1. Mind Drive 18:37
2. Foot Prints 9:09
3. Bring Me To The Power 7:25
4. Children Of Light 6:02
5. Sign Language 3:29

I brani del Disco 2 sono state registrati in studio,
tutti gli altri sono ripresi dalla tre giorni di San Luis Obispo, Calif.

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Anche questo disco come il precedente vede una parte live ed una in studio.
Se nel precedente la parte live aveva una parte prteponderante, qui siamo giusti
al 50%, con il primo disco live ed il secondo in studio.
Devo dire di essere rimasto sorpreso all’epoca delle selezioni (non avevo ancora
internet all’epoca…), e mi alambiccavo il cervello per capire quale poteva essere
la scaletta di quei concerti. Ma non divaghiamo.
Anche questo disco live ha le medesime caratteristiche del precedente, ovvero dove
c’è bisogno si “rammenda” in studio.
Se “I’ve Seen All Good People” e “And You And I” sono brani che
possiamo tranquillamente definire di routine, e che alcuni vorrebbero non vedere
più in scaletta per almeno un decennio, le vere cose da ascoltare sono Close To
The Edge, Going For The One e forse la miglior versione che gli Yes hanno
portato “on Stage” di Time And A Word, con una menzione di tutto riguardo per
Turn Of The Century.

MIND DRIVE
Atmosfera rilassata e d’ambiente con la classica di Howe a ricamare le prime armonie.
Un sognante basso di Squire si inserisce a dialogare con Howe, mentre le tastiere di
Wakeman tessono l’ambiente in sottofondo, per poi esplodere in un riff… ma io
questo l’ho già sentito… fatemi fare mente locale… nooo, mah, forse, potrebbe
essere… ci sono! E’ un riff dei demo degli XYZ con Jimmy Page! Un recupero
di sicuro inaspettato, ma con un ispirato Howe a condurre le danze fino
all’ingresso di Anderson che inizia la parte vocale, tutto condotto sul filo
di una tensione costante dato dal potente giro di basso e batteria, supportati
dal lavoro di Wakeman, che porta al break dove a un momento più rilassato si
alternano momenti più sostenuti. E così si va a seguire per il resto della
composizione con un Wakeman che pian piano conduce e sottolinea tutti i momenti
topici della composizione.
Che siano tornati i bei tempi? Grandi chitarre, sezione ritmica potente, tastiere
in gran spolvero e un Anderson ispirato, beh è chiaro, stiamo ascoltando il nuovo
grande “desaparecido” dalle scalette live degli Yes. Infatti prima degli ultimi
tour, sia all’interno della band che all’esterno (ovvero i newsgroups di
internet dei fans della band) ci sono state grandi discussioni se questo brano
dovesse essere o meno eseguito live. Si sa per certo che Howe ne era favorevole,
altri nella band meno, e se ci mettiamo i “niet” di Howe su “Owner Of A Lonely
Heart”, fatevi un due-più-due e capirete un po’ delle politiche interne Yes…
Resta il fatto che Mind Drive è decisamente una gran composizione, nella
grande tradizione delle suite Yes. Speriamo solo di non dover aspettare 20 anni
prima di poterla gustare in una esibizione dal vivo.

FOOT PRINTS
Con questo brano ritorniamo a quelle atmosfere corali che si riconducono agli
stilemi di I’ve Seen All Good People con una base ritmica decisamente più
anni ’90, con un grande Squire alla seconda voce e con dei riff assassini di basso
che fanno da ponte tra strofa, ritornelli e interludi. Per passare poi alle chitarre
di Howe a prendere per mano il brano prima del rientro delle voci. Eh si, questi
sembrano proprio gli Yes che ci aspettavamo di sentire da anni e anni.
Sayonara Trevor Rabin…
Sono sempre un “trooper” in-fondo-in-fondo…

BRING TO THE POWER
Ancora un inizio di brano molto sospeso, prima di una partenza di una serrata
sezione ritmica di basso, batteria e tastiera, che portano alla parte vocale
sostenuta da un gran lavoro di Howe, che porta ad una sezione più spaziale
dove la tipica song andersoniana viene egregiamente sostenuta dal lavoro di Howe.
La parte centrale riprende alcune atmosfere di Union, anche perché il drumming
di Alan White in alcuni passaggi sono di chiara matrice brufordiana. Verrebbe
da chiedersi fino a che punto la produzione Sherwood ci abbia messo lo zampino…

CHILDREN OF LIGHT
La prima parte del brano Children Of Light ha un inizio corale con grande
atmosfera di percussioni, pianoforte e pennellate di chitarra sitar.
Il ritornello ci riporta in zona più dichiaratamente Andersoniana, fino all’inizio
etereo della seconda parte Lifeline, dove in un’atmosfera molto ispirata
a Close To The Edge la steel di Howe prende il sopravvento sopra un gran lavoro
di tastiere di Wakeman.

SIGN LANGUAGE
Un Wakeman pianistico molto notturno e sognante apre questo inusuale brano che
conclude il disco in studio, con le tastiere di Rick che aprono la strada ad un
solo di chitarra che introduce anche i temi melodici della composizione, e sui
quali poi Howe stesso divaga amabilmente. Confesso, sembra di ascoltare più una
composizione dei “Camel”, che degli Yes…
Il brano poi va a sfumare su dei glissati di slide di Howe.

Anche questo doppio cd ha parecchie luci e più di qualche ombra.
Gli yes qui ci regalano due indubbie gemme in Mind Drive e Footprints,
ma anche cose che lasciano un po’ il sapore di qualcosa di riempitivo come la
traccia conclusiva Sign Language.
Inoltre resta sempre il fatto che sappiamo che parte delle tracce dal vivo,
proprio… fresche-fresche di giornata non lo sono poi molto…

1997

1. New State Of Mind 6:00
2. Open Your Eyes 5:14
3. Universal Garden 6:16
4. No Way We Can Lose 4:56
5. Fortune Seller 5:00
6. Man In The Moon 4:41
7. Wonderlove 6:06
8. From The Balcony 2:43
9. Love Shine 4:37
10. Somehow, Someday 4:47
11. The Solution 5:25

Al termine di “The Solution” c’è una traccia fantasma,
tradizionalmente indicata come “Ambient Open Your Eyes”, durata 25:00,
utilizzata anche come sottofondo in apertura dei concerti del tour di Open Your Eyes.

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Igor Khoroshev: tastiere
Billy Sherwood: chitarra, tastiere, voce
Chris Squire: basso e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Dovrei essere molto affezionato, sia in affettuoso sia in senso di afflizione.
Grazie all’Open Your Eyes Tour nel 1998 ho potuto vedere gli Yes dal vivo per la
prima volta, anche se in condizioni fisiche non proprio ottimali. Ma queste non
sono cose da raccontare in internet, al massimo di sera davanti ad una bella birra,
o ad un buon bicchiere di vino ed in buona compagnia, perché è una storia piuttosto
bizzarra da un certo punto di vista…
Questo OYE è probabilmente il “nadir” della produzione discografica Yes.
Meglio, se fosse stato il nuovo disco solo di Chris Squire e Billy Sherwood,
ante-Conspiracy, nessuno avrebbe nulla da ridire, anzi, ma considerate che nel
giro di poche settimane ci siamo ritrovati con il secondo volume di KTA, cd doppio,
e questo prodotto in studio con quasi un line-up differente dal precedente.
Non a caso sul bollino appiccicato sul cellophane del cd, OYE viene presentato come
il primo disoc in studio dal 1994, con la formazione Anderson, Howe, Sherwood,
Squire e White in evidenza. Un chiaro tentativo di ripetere l’exploit di “90125”.
Ma il tentativo non riesce proprio, per la mancanza di un nuovo hit che proprio non
c’è, e per il motivo che questo disco di fatto “Yes West – oriented”, mostra
due cose: Billy Sherwood pur essendo un buon polistrumentista, con una buona maestria
in studio di registrazione, e di avere un certo gusto che incontra l’indubbio favore
di Chris Squire, non è – ahilui e anche ahinoi – Trevor Rabin, e la formula
YesWest funziona solo quando oltre a Rabin alla chitarra c’è pure un certo
Trevor Horn dietro il bancone di registrazione…
Durante il tour di OYE l’intera comunità degli Yes fans che avevano un minimo di
dimestichezza con il saper fare con dignità due o tre accordi con la chitarra,
si chiesero se avrebbero potuto essere loro sul palco con i maestri, per molti
meno soldi e forse facendo più bella figura, dal momento che in pratica nella gran
parte dei brani, Billy Sherwood è quasi inudibile da tanto basso era nel missaggio.

NEW STATE OF MIND
Se vi sembra di ascoltare i Chris Squire’s Experiment o i World Trade,
non siete molto lontani dal vero, solo che qui ci sono pur Howe e Anderson a
gorgheggiare… Siamo ripiombati in piena atmosfera YesWest (o, se preferite, in
piena Rabin-nostalgia). Eppure l’armonizzazione delle voci è eccellente,
con uno Squire in piena forma, ma non sono questi gli Yes che mi piace ascoltare e
che siamo abituati ad ammirare.
Tra l’altro qui fa la sua prima apparizione alle tastiere un certo Igor Khoroshev…

OPEN YOUR EYES
Beh questo è un brano del Chris Squire’s Experiment!!
E siamo in pieno “trademark” (marchio di fabbrica, se preferite) Chris Squire
anni ’90, ovvero potenti riff di basso, grandi cori armonizzati e un occhio se
possibile alle radio AM americane. Quindi anche ritmi ammiccanti, e brillantezza
dei suoni da piazzare su un ipotetico video con bonazzone da spiaggia in gran
spolvero. Ed è un brano del CSE tanto che Steve Porcaro è il tastierista.

UNIVERSAL GARDEN
La chitarra di Howe apre questo brano, doppiata dalle tatsiere di Billy Sherwood.
Poi con l’inizio della parte cantata si rientra in pieno YesWest, e l’assolo di
Howe non è propriamente uno di quelli che si faranno ricordare negli anni.

NO WAY WE CAN LOSE
Questo brano sembra uscito dritto da Big Generator.
E questo mi sembra sufficiente.
Anche qui c’è Khoroshev.

FORTUNE SELLER
Vale quanto detto sopra per No Way We Can Lose. Anche qui grandi
armonizzazioni vocali, ritmi accattvanti, ma niente di più. L’assolo di organo
“a-la Kaye” è di Igor Khoroshev, che conclude la sua prima apparizione
con gli Yes.

MAN IN THE MOON
Altro brano dal CSE, e che poi ritroveremo come bonus track su Conspiracy, il
disco solo di Squire e Sherwood. La voce principale è quella di Squire con Anderson,
Sherwood e Howe a far da coro alle spalle.
Siamo in pieno AOR, di gran classe, ma a costo di sembrare noioso, mi aspetto
sempre qualcosa di più dagli Yes.

WONDERLOVE
Con questa song potrei quasi azzardare che siamo in pieno seguito a Union, solo
a percentuali ribaltate, anche perché dopo l’inizio alla ABW&H, si ripiomba
nell’oscurità YesWest, anche se il break centrale sembra un outtake di Rock
Gives Courage (movimento centrale di “Order Of The Universe”, e Squire non
è Levin purtroppo in questo caso), non c’è molto da dire.

FROM THE BALCONY
E proprio come in Union c’era Masquerade qui From The Balcony ci
riconcilia in parte con qualcosa che ci è più vicino. Non a caso uno dei
brani sempre in scaletta nell’OYE Tour. Ballata acustica con Howe all’aciustica e
il solo Anderson a tessere le armonie.

LOVE SHINE
Ed il Big Generator rientra prepotentemente in scena…
Anche qui grandi armonizzazioni (forse la cosa più bella di tutto il disco),
con uno Squire davvero in gran spolvero.

SOMEHOW…..SOMEDAY
Lenta ballata, niente di particolare da segnalare, BigG.

THE SOLUTION
Come sopra, se non ci fosse un break assassinoche apre un po’ le atmosfere.
Ma se uno non stà attento non si accorge che il brano dura 23:47, perché dopo
una bella pausa di silenzio parte la traccia fantasma ambient, su una base di
rumori da foresta amazzonica, sciabordio di onde che si infrangono sulla
spiaggia, e campanelline tubolari che vanno e vengono si innestano a sorpresa,
diciamo così, frammenti dei cori di tutto il disco.
Non chiedetemi il perché di questa traccia fantasma. Non saprei che dirvi.

Qui probabilmente gli yes toccano il fondo (in studio), perché il tour sarà un
discreto successo, e sarà pure suonato bene, con la riserva già detta di
Billy Sherwood, che tra l’altro sarà arrostito a dovere dai fans americani nei
newsgroups dedicati agli Yes. Alcuni anche in maniera esageratamente
feroce, assolutamente feroce.
Concludo l’esame di Open Your Eyes, con un simpatico scherzo che ho fatto in
maniera del tutto involontaria ad un signore seduto a fianco a me al Teatro Lirico,
quando gli Yes si esibirono nel 1998.
Prima dell’inizio del concerto, io ed il mio amico Mike stavamo guardando il tour
book che avevo appena preso al banchetto nel foyer del teatro.
Quando arrivo alla pagina dedicata ad Igor Koroshev, mi giro verso il mio amico
e gli dico (con il mio solito fare molto serio che utilizzo spesso per fare delle
battute inverosimili): “Ah si Igor Khoroshev, l’ex ala destra della Stella Rossa
di Mosca di hockey ghiaccio, poi passato ai Vancouver Canucks della NHL”.
Il mio amico mi guarda come per dire “Ma che cavolo stai dicendo…”, io stò per
scoppiare a ridere (ovviamente), che il signore alla mia destra che aveva sentito
tutto si gira verso di me e con fare estremamente sorpreso mi fa: “Giocava a
hockey? Questa mi mancava…”. Al che siamo scoppiati a ridere in due e, scusandomi,
gli spiego che stavo solo scherzando. Lui tira un sospiro di sollievo, il mondo
stava per ritornare nel suo ordine naturale delle cose…

1998

1. Something’s Coming
2. Everydays
3. Sweetness
4. Dear Father
5. Every Little Thing
6. Looking Around
7. Sweet Dreams
8. Then
9. No Opportunity Necessary, No Experience
Needed
10. Astral Traveller
11. Then
12. Every Little Thing
13. Everydays
14. For Everyone
15. Sweetness
16. Something’s Coming
17. Sweet Dreams
18. Beyond And Before

Beyond And Before è la versione americana di “Something’s Coming”.
Solo la copertina e alcune foto all’interno differiscono dall’edizione europea.

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Tony Kaye: tastiere
Chris Squire: basso e voce

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Ed eccoci all’ennesima riprova di che cosa possono avere nei loro archivi
le varie “Mamma Rai” sparse in giro per il mondo…
Ed in particolare la inglese BBC (per gli inglesi chiamata familiarmente
“Aunt Beeb” ovvero Zia Beeb in Italiano, a testimoniare come alla fin fine
un certo scatolotto che oramai abbiamo tutti in casa sia trattato alla stregua di
un parente stretto) che ha scoperto come monetizzare adeguatamente la valanga di
nastri che si ritrova in archivio, in particolare dai Beatles in avanti.
Anche gli Yes non sfuggono a questa ondata di BBC sessions, e di questo noi ne siamo
felici, anche perché queste registrazioni anche se giravano da tempo, almeno adesso
ne abbiamo un po’ di trattate bene, anche se non tutti gli Yes dell’epoca ne
beneficieranno dal punto di vista delle royalties.
Ma delizie legali a parte, questo doppio cd ci da una prima visione degli Yes
originali in formato live con la presenza di Peter Banks alla chitarra,
così come la BBC li ha catturati per le trasmissioni radio che all’epoca davano
regolarmente spazio a tutte le formazioni emergenti. E quindi anche gli Yes hanno
avuto il loro bel… posticino al sole.
Divise in più sessioni di registrazioni ad ore non sempre adatte per il…
“fuso orario” della band (ovvero di mattina) a seconda dello show radiofonico
dove dovevano essere messe in onda, queste esecuzioni ci dicono come gli Yes
fossero una band pimpante ed energica anche nelle sue primigenie performances
dal vivo.
La gemma del cofanetto, che contiene un “simpatico” ricordo di Peter Banks
sul periodo (non esattamente politicamente corretto ma, d’altronde, viste le
pappine sui denti che Banks ha preso in vita sua, lo si può ben comprendere), è
la qasi inedita (a posteriori) “For Everyone”, composizione a firma
Anderson/Squire che contiene nella sua parte centrale il riff di basso che
diventerà una delle parti principali (assieme alla relativa strofa vocale
che resterà in pratica inalterata) di “Yours Is No Disgrace” su “The Yes Album”.
Le registrazioni vanno dal 12 gennaio 1969 al 17 marzo 1970 e, devo dire la verità,
sono pure divertenti e godibili da ascoltare, fintanto che non saltano fuori
altri nastri tipo il ben noto bootleg dei “The Warriors” del 1965 con un
giovanissimo Jon Anderson alla voce che fa cover di r’n’b…

1999

1. Homeworld (The Ladder) 9:33
2. It Will Be A Good Day (The River) 4:53
3. Lightning Strikes 4:34
4. Can I? 1:32
5. Face To Face 5:03
6. If Only You Knew 5:42
7. To Be Alive (Hep Yadda) 5:07
8. Finally 6:01
9. The Messanger 5:13
10. New Language 9:19
11. Nine Voices (Longwalker) 3:20

L’edizione giapponese contiene anche un minicd con tre brani dal vivo
tratti dal tour di “Open Your eyes”,
l’edizione europea contiene un miniposter, nella prima edizione,
un salvaschermo, due tracce live, un video live e il demo
del videogame “Homeworld” nella seconda.

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Igor Khoroshev: tastiere e voce
Billy Sherwood: chitarra, tastiere, voce
Chris Squire: basso, armonica e voce
Alan White: batteria, percussioni e voce

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

HOMEWORLD (The Ladder)
Una sorta di doppia titletrack questa Homeworld, che apre sia il cd audio che il videogioco
della Sierra Games che porta lo stesso nome.
il brano si apre in maniera ovviamente spaziale con le tastiere di Khoroshev che fanno da
trampolino alla voce di Anderson e al basso di Squire che costituiscono il motore del brano
Ed ecco che da tipica song Yes appaiono nel break centrale le tastiere di Igor Khoroshev che,
ammettiamolo, di fatto si era conquistato un posto tra le preferenze di noi Yes fans, dopo
le sue eccellenti performances durante il tour di Open Your Eyes.
una cosa che colpisce immediatamente nell’ascoltare questo brano di apertura è l’energia
che la band sembra in qualche maniera aver ritrovato, frutto assai probabile dell’opera
di Bruce Fairbarn, il produttore canadese scelto dalla band e tragicamente scomparso
nelle fasi finali del missaggio del disco.
Anche il finale del brano con il duetto tra il piano di Igor e la voce di Anderson, è
sicuramente uno dei nuovi momenti del nuovo corso degli Yes rinati.

IT WILL BE A GOOD DAY (The River)
Ah già, Billy Sherwood, c’è anche lui in questo disco, anche lui elevato in questa occasione
a membro effettivo della band assieme a Igor. In questo brano che è una canzone molto mainstream,
come può esserlo una canzone degli Yes a suo modo, con un ritmo molto rilassato, punteggiato
dal basso a 8 corde di Squire, che aggiunge quel pizzico di ruffiano che non guasta,
il tutto suggellato dal ritornello e dai cori di supporto della band, e dalle cascatine
di note di Howe. Il brano si sviluppa in maniera quasi ipnotica in un continuo crescendo.
Un brano che alla fin fine risulterà più brillante nelle versioni live che non qui in studio.

LIGHTNING STRIKES
Un inizio decisamente inusuale per gli Yes. Tastiere campionate, ritmi latini, anche se il riff di
Squire è arrotolatoin maniera sghemba gusto perché un prog-hero non può mai fare cose dritte!
Comunque il ritmo è decisamente allegro, con sezione di fiati che appaiono a dare man forte ad Anderson
anche qui in un crescendo fintanto che un imperioso vamp di basso non riporta tutto in ordine.
Di fatto gli Yes punteranno molto su questo brano, forse anche in questo caso per cercare di
conquistare quello spazio radiofonico che anche la Eagle Victory cercava. Mah…

CAN I?
Versione tribale africana di We Have Heaven citata due volte di striscio in maniera
plateale. Un minuto e trentuno secondi di cui avremmo fatto volentieri a meno.

FACE TO FACE
Altro brano dove le tastiere di Khoroshev hanno un posto di primo piano nell’apertura della
composizione, assieme alla chitarra di Howe e alla cascata di note di Squire. Con la tecnica
del lancio di un breve solo come fosser in palco, Howe viene messo in primo piano da Anderson
che poi si riprende la sua posizione di prima voce. Anche qui Howe fa quasi tutto lui
lasciando le briciole a Sherwood. Anche in questo caso, il brano sembra risentire di quel
tentativo di ricerca di air-time già indicato nel precedente brano It Will Be A Good Day

IF ONLY YOU KNEW
Menzionate questo brano a qualunque fans Yes di… media taglia e otterrete sguardi feroci.
Un brano dove verosimilmente Fairbarn ci ha messo le mani alla stragrande. Un ritornello
che da coma diabetico fulminante, che al confronto qualunque brano scartato da SanRemo
farebbe bella figura. Insomma se non si è capito, ‘sto brano mi sta sullo stomaco.
e di più non dico.

TO BE ALIVE (Hep Yadda)
Qui ci risolleviamo, senza dubbio, anche perché qui sembra esserci un po’ più di coralità
composizione e nel suono, con un inizio di atmosfera, e un crescendo dove i cori sono
condotti (Hep Yadda!!!) da Billy Sherwood! E che è… hanno aperto la gabbia?
Anche se siamo in piena zona World Trade, il brano funziona nella sua semplicità
e si risolleva enormemente dalle cascate di zucchero di If Only You Knew.

FINALLY
Ed eccoci alla versione Aerosmith degli Yes! La voce di Anderson tirata per quanto possibile,
una sezione ritmica bella solida, ed uno Howe scatenato con in sottofondo le tatsiere di
Igor e la chitarrina di Billy. Un brano tiratino come si deve, che nel finale si apre sulle
tastiere aeree di Igor che prendono per mano la classica di Howe, mentre il pseudo-minimoog
di Igor disegna trame per sorreggere il canto di Anderson. Poi la chitarra di Howe prende
il sopravvento per il solo conclusivo.

THE MESSENGER
Questo è forse il brano più emozionale dell’album. Anche nelle presentazioni live Jon è
sempre sembrato molto toccato da questa composizione. Dedicato a Bob Marley, questo brano
è stato composto dagli Yes (e da Anderson in particolare) su una sfida aperta da Fairbarn
alla band: “perché non scrivete un brano su qualcuno che credete vi abbia toccato in
qualche maniera?”. E gli yes tirano fuori un brano di grande atmosfera, con qualche
vaga sembianza di raggae qua e la, ma in realtà vemgono fuori la maestria nel giocare
l’amalgama delle linee vocali anche perché qui tutti e sei gli Yes cantano e si sentono
perfettamente. Probabilmente la vetta di tutto il disco.

NEW LANGUAGE
Se il precedente The Messenger è probabilmente il brano più emozionante del disco,
questo è forse quello con l’attacco più Yes in assoluto, con un riffone di basso
all’unisono, con un organo davvero travolgente.
Per me il brano finisce qui. Poi quando parte la strofa torniamo alla caccia di air-time.
Ma sarei ingiusto. Qualche cosina di Yes si intrasente ancora qui e lì. Ma poco poco,
come quella ben nota reclame di un formaggio cremoso e leggero…
A proposito, ascoltate il solo finale di Howe (attorno al settimo minuto), se il giro di basso
non è quello di Roundabout poco ci manca, anche se suonato con il Mouradian,
e poi che ci fa un’apertura 100% Genesis con quel suono di mellotron su una base
misteriosa di basso? Phew! Stò ancora ascoltando gli Yes! NewOld Yes, ma sempre Yes.
Comunque prima che mi impaliate al prossimo concerto Yes a cui assisterò:
“io apprezzo e amo ascoltare i Genesis fino a Seconds Out, ovvero in studio fino a
Wind And Wuthering dopodiché datemi i World Trade e Conspiracy ogni giorno piuttosto
che Abacab, Invisible Touch, Many Too Many. Punto.”

NINE VOICES (Longwalker)
Questo brano conclude il disco, con atmosfere da world music tanto care a Jon.
Il brano molto di atmosfera è la giusta chiusura.

Che dire in conclusione? Un disco sicuramente superiore a Open Your Eyes, e fin
qui ci vuole poco, ma in realtà è un disco importante perché da una scossa all’ambiente
Yes a mio parere. ricrea una sorta di collegialità nelle composizioni, e in parte li
svincola dalla ricerca del nuovo “propritario di un cuore solitario”, e in parte
li riporta ad una loro dimensione più familiare agli… anziani del gruppo, vedi New Language.
La cosa curiosa è il modo con il quale Fairbarn aveva organizzato lo script del disco.
Ogni singola canzone era descritta da una sorta di logo che doveva catturare lo spirito
della canzone. ad ogni modo quello che ne viene fuori è un bel poster (di sicuro).

2000

1. Yours Is No Disgrace 13:03
2. Time And A Word 0:58
3. Homeworld (The Ladder) 9:44
4. Perpetual Change 10:48
5. Lightning Strikes 5:07
6. The Messanger 6:39
7. Ritual – Nous Sommes Du Soleil 0:59
8. It Will Be A Good Day (The River) 6 :28
9. Face To Face 5:32
10. Awaken 17:34
11. Your Move/All Good People 7:27
12. Cinema 1:57
13. Owner Of A Lonely Heart 6:03
14. Roundabout 7:40

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Igor Khoroshev: tastiere e voce
Billy Sherwood: chitarra, tastiere, voce
Chris Squire: basso, armonica e voce
Alan White: batteria, percussioni e voce

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

L’anno 2000, l’ultimo del millennio appena trascorso è bene ricordarlo, verrà anche ricordato come
l’anno del Masterworks tour americano, che verrà eseguito spesso con il supporto della band prog
americana KANSAS come opening act. Un tour che vedrà una ulteriore sorta di rinascita del
sestetto, con il consolidarsi (ma anche il disintegrarsi) della posizione di Igor Khoroshev come
tastierista ufficiale della band. Un tour che per i fans della band vedrà Igor imporsi come “il”
nuovo tastierista della band, riuscendo ad assimilare e a riprodurre gli umori e gli stili dei due
massimi tastieristi nella storia Yes: Wakeman e Moraz.
Un tour che vedrà anche la sperimentazione della vendita, solo via internet, tramite la società
imix.com, di un cd (singolo o doppio, a scelta dell’ascoltatore/cliente), dove dai concerti
del Masterworks Tour ognuno poteva compilarsi il/i cd che voleva, con la scaletta che preferiva,
con la copertina a scelta fra quellle proposte, con il titolo da me scelto sgnaccato sulla spalla
del vassoio del cd, unitamente al logo della propria stazione radio FM americana preferita
(io, lo confesso ho tirato a caso e mi è venuta fuori una radio di Hartford, Connecticut,
la WHCN 105.9FM, il cui motto è “classic rock that rocks”).
Il cd di cui vedete qui sotto la copertina da me scelta, pur essendo stato registrato da concerti
che già avevo nella mia collezione personale di cd live, ha il pregio di essere stato trattato in
maniera sufficientemente professionale da suonare bene, ma ha il peccato mortale di essere
stampato con la formula di tipo Track-At-Once, ovvero tra una traccia audio e l’altra viene
inserito un buco di 2 secondi di silenzio che, indubbiamente interrompe la fluidità di ascolto
dell’intero (quasi) concerto. Quasi intero perché la imix.com, che non sono scemi, hanno messo a
disposizione dei fans un certo numero di brani che, comunque non ci sarebbero stati in due cd da 80 minuti.
Personalmente ho fatto volentieri a meno di Roundabout.

Il doppio cd, diciamo così, ufficiale scivola via che è un piacere. Anche se non sono stato, lo
riconosco, molto tenero con The Ladder le versioni live qui proposte si lasciano ascoltare
senza grossi problemi, con Billy Sherwood adeguatamente nel sottofondo, quanto basta per
guadagnare la pagnotta quotidiana, ma con gli altri cinque in vero gran spolvero.
Oltre tutto il concerto della House Of Blues di Las Vegas, diventerà anche uno splendido DVD alla… seconda ristampa. Spiego, chi come me aveva fatto il record mondiale dei cento metri con la carta di credito in bocca per prenotarsi la primissima edizione del DVD, sono rimasti scottati dal fatto che per problemi di stampa, il disco dopo un’oretta scarsa si impiantava impetosamente e ti lasciava con il lettore DVD in affanno, stordito e confuso (Led Zeppelin docet…).
Però alla Beyond si sono dimostati dei signori, dopo che su alcuni newsgroup internettiani molti
si erano trovati a versare amare lacrime sul proprio disco difettoso, la Beyond si fa viva e,
gratuitamente ha spedito a tutti un nuovo DVD perfettamente funzionante (a me compreso).
Ma torniamo alla musica. Tre i brani che a mio parere si elevano su tutti quelli contenuti.
Il primo è quello di apertura Yours Is No Disgrace, con uno Squire in gran spolvero
anche se con un eccesso di effetto chorus/tremolo sul Rico (che poi sarebbe il Rickenbacker 4001
che anch’io tento di strapazzare in palco qui e li dove capita) e lo confesso, YIND è uno di quei
pezzi che proprio non mi stancano, mentre un altro paio (l’ho già detto altrove?) non ne posso
proprio più (anche se capita li ascolto lo stesso ma con meno entusiasmo).
Avete detto Roundabout e I’ve Seen All Good People… mmmm… avete azzeccato le risposte…
Altro momento davvero trascinante è Perpetual Change con uno Howe che sembra per un
attimo tornare ai fasti del 72/73. E poi l’unico suite inclusa quella Awaken che per
molti stà diventando il brano summa della produzione Yes.
Nei due encores finali, non può essere sottaciuta la prodezza solista di Sherwood su Owner Of A
Lonely Heart
 con un gelido (a dir poco) Howe alla ritmica, e a Roundabout in versione
senza infamia e senza lode.

2001

1. Foot Prints 9:09
2. Be the One 9:50
3. Mind Drive 18:37
4. Bring Me To The Power 7:25
5. Sign Language 3:29
6. That, That Is 19:14
7. Children Of Light 6:02

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

2001

Disco 1 (*)
1. Magnification 7:15
2. Spirit Of Survival 6:01
3. Don’t Go 4:26
4. Give Love each Day 7:43
5. Can You Imagine 2:58
6. We Agree 6:30
7. Soft As A Dove 2:17
8. Dreamtime 10:45
9. In The Presence Of 10:24
i) Deeper
ii) Death Of Ego
iii) True Beginner
iv) Turn Around And Remember
10. Can You Imagine 2:08

Disco 2 (*)
1. Deeper (In The Presence Of) (Live) 11:18
2. Gates Of Delirium 23:47
3. Magnification 7:44
4. CD Rom Track
Jon Anderson Video Inetrview
Don’t Go (Video Single)
Gates Of Delirium (Live Video)

(*)I brani indicati nella scaletta del Disco 1 sono quelli riguardanti
tutte le versioni di Magnification.
I brani indicati nella scaletta del Disco 2 rigurdano la sola edizione europea
in tiratura limitata e meglio nota come COMMUNICATION, anche se la confezione
non dice nulla al riguardo…

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Alan White: batteria

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Questo è un disco che in qualche misura mi mette in “piacevole” difficoltà.
Primo perché è un bel disco, che ancora oggi riascolto spesso, e poi perché non ho ancora trovato
la sua collocazione definitiva se dovessi fare una classifica di merito o di affetto della
discografia Yes a livello personale.
Tutto parte da una serie di fatti che apparvero in internet su Notes From The Edge dove a
partire dal ben noto sondaggio che diede poi in parte vita alla setlist del Masterworks Tour
che, detto tra parentesi, in Europa siamo tuttora in debito, mise così in maniera un po’ casuale
la questione: vi piacerebbe uno YesTour con l’orchestra?
Confesso mi ritrovai in quel 48% che votò per il SI, ma che probabilmente aveva visto le cose
in prospettiva “musicale” più che in maniera prettamente da rock-show, anche perché la questione
venne posta in un momento di, chiamiamola così, di confusione sul ruolo del tastierista
nell’ambito della band, con questi “ragazzini terribili” che rispondevano al nome di Billy
Sherwood e Igor Khoroshev, che di fatto si erano divisi il compito di tastierista da
Open Your Eyes in avanti.
Se ripensiamo a tutta la discografia Yes, allo spirito degli arrangiamenti di moltissime
composizioni, se non siamo sugli stilemi del “power trio” poco ci manca.
E se ripensiamo a molte delle parti fatte soprattutto da Wakeman, cosa c’è di meglio di una
orchestra come sorta di gigantesco Wakeman che avvolga completamente
il Power Trio Squire-Howe-White?
Chi ha assistito alla data milanese del “Symphonic Tour” può già rispondersi da solo.
Ci fosse stato pure Wakeman nel Symphonic Tour (con tutto il rispetto per Tom Brislin che nel
mio personalissimo cartellino – cito sempre Rino Tommasi – si piazza con ampio margine al
numero 2 nella classifica dei “ragazzini terribili” che hanno bazzicato recentemente il pianeta Yes.
I numeri 1 e 3 ve li lascio indovinare, suvvia non è poi così difficile…)
Quindi mi sono ritrovato ad alambiccarmi un po’, con i due o tre neuroni buoni rimasti in giro per
il mio cervello, su cosa avrbbero potuto suonare o arrangiare con l’orchestra, e le possibilità
erano davvero notevoli. Mi stavo convincendo sempre più che la cosa poteva funzionare.
Certo un tour con l’orchestra, ricordando il famoso “affondamento” del tour fatto da Emerson,
Lake & Palmer oltre vent’anni fa, poteva porre alcuni dubbi legittimi. Ma evidentemente
gli Yes dovevano aver trovato (o forse ipotizzato) la soluzione al problema.
Ovvero: orchestre locali, con prove volanti volta per volta. E negli States, seppur con
risultati alterni la cosa ha funzionato. In Europa con una sola orchestra i risultati sono stati,
però, ancora migliori (si veda il dvd sinfonico ripreso ad Amsterdam).
Ma torniamo al disco “Magnification”.
Non so dire se Larry Groupé e Tim Weidner si siano… “toccati” prima di imbarcarsi in questo
progetto, ma il lavoro di arrangiamento e produzione sono davvero notevoli.
Anche se con qualche pennellata orchestrale un po’ troppo cinematografica hollywoodiana qua e
la, Magnification mostra una band che è ancora in grado di raggiungere risultati decisamente
notevoli, dato che in questo album ci sono almento due o tre pezzi che possono oramai definirsi,
a mio parere, “Classic Yes Tunes”.
Li scoverete leggendo più sotto.
E non a caso da due anni a questa parte, due di questi pezzi sono in scaletta regolarmente.
L’uso dell’orchestra dato da Groupé attorno ai quattro venerabili è esattamente quello che ci
voleva a consacrare in maniera quasi “classica” il trentennale di carriera della band.
Ricordo che Squire ha spesso affermato che per lui una band dalla vita lunga era una band che
fosse durata quanto i Beatles che, a ben vedere, in sette anni hanno sì rivoluzionato il mondo
della musica, ma si è anche spenta (fatta spegnere?) in maniera saettante.
In effetti troviamo sempre la band come elemento centrale con l’orchestra che colora, riempie e
avvolge la trama armonica e ritmica base della band.
Spero proprio che per il proprio disco in studio Anderson e soci si ricordino di prenotare
Larry Groupé ed un’orchestra.

MAGNIFICATION
E allora addentriamoci dentro a questo Magnification che si apre proprio con il brano omonimo.
L’apertura è affidata a Howe e Squire che aprono con una sorta di motivo di danza folk il brano,
con l’orchestra che si inserisce con i flauti per dare il “la” ad Anderson, che apre la song
sempre con un’aria rurale europea. Il tutto in un rapido crescendo dato da tutto l’ensemble
che porta al break rock che introduce il ritornello sottolineato dal botta e risposta in
sottofondo degli archi e del basso di uno Squire semplicemente in stato di grazia anche per
quanto riguarda la voce.
L’amalgama tra band e orchestra è davvero notevole, in un continuo scambiarsi di ruoli per la
prominenza nello spettro sonoro, e colpisce anche la quantità delle voci che Anderson, Squire e,
perfino, Howe (!!!) mettono in campo per le parti di rinforzo alle strofe e al ritornello.
Ancora da notare la potenza dei bassi di Squire (spesso si sentono non meno di due linee di
basso) che con una micidiale scala discendente al termine del crescendo orchestrale porta alla
conclusione del brano che si dissolve direttamente al successivo…

SPIRIT OF SURVIVAL
Un brano che sembra tratto dai titoli di testa di un film stile Missione Impossibile.
Molto televisiva è l’impostazione dell’orchestra, con i tipici attacchi/stacchi da chi deve
richiamare l’attenzione di chi ha il telecomando in mano. Ma ci pensa uno Squire torrenziale
a rimettere in parte le cose in un brano serrato che in un continuo alternarsi di “colpi di
scena”, un po’ alla “Friends Of Mr. Cairo” di andersoniana memoria. Siamo sicuramente
un piede sotto al precedente Magnification ma lo spessore sonoro è comunque notevole.
E cosa che a me ha sorpreso (piacevolmente) non poco è la presenza vocale di Squire, quasi
decisiva nel completare tutte le parti principali di Anderson.
Leggermente scontato il finale a scomparire del brano. Non si può avere tutto dalla vita.

DON’T GO
Ed eccoci al brano che si ama o si odia del disco.
Una canzone chiamiamola pure di puro “divertimento” yessiano come poteva essere stata Money
ai tempi di Going For The One.
Una canzone molto semplice, che ovviamente venne lanciata anche come singolo negli States,
grazie anche alla trovata (“nuovissima” a dire il vero…) dell’uso megafono per introdurre la
parte centrale che, non so a voi, ma con quella strombazzata anni cinquanta mi ha fatto
ricordare la gaberiana “Torpedo Blu” (…vengo a prenderti stasera con la mia torpedo blu,
po-ti, po-ti…). Brano diciamo pure da easy listening, ma d’altro canto sappiamo che ogni
tanto gli Yes non resistono (e come Roger Rabbit) devono fare qualche bizzarria…

GIVE LOVE EACH DAY
Un grande inizio orchestrale, hollywoodiano quanto basta, con gli archi a condurre in una
atmosfera da mistery-movie, il tema che viene in parte punteggiato dalle trombe, prima e
dai flauti, poi, dove un si immagina le classiche carrellate di panorami verdi e lussireggianti
con immagini di normale vita provinciale americana prima dell’inquadratura iniziale del/della
protagonista. Solo che qui invece è Anderson con la sua prima strofa cantata sottolineata
da uno splendido arpeggio di Howe. Per poi essere ripreso in maniera corale dalle tre voci Yes,
sostenute stavolta anche dall’orchestra per poter entrare nel ritornello con l’apertura
dell’atmosfera, prima di rientrare nelle sospensioni della ripresa della strofa.
Il brano prosegue poi in un crescendo che porta alla modulazione che lancia un breve assolo
di Howe e alla coda finale con il finale vocale che ripete il verso che da il titolo
al brano stesso.

CAN YOU IMAGINE
Siate onesti, chi di voi con una buona, non ottima, ma buona conoscenza della storia Yes
non si è capottato quando ha sentito l’attacco vocale di Squire. Siate onesti, non fate finta,
che tanto lo so, avete fatto come me, vi siete capottati dalla poltrona da soli.
Per chi aveva le registrazioni dei demo degli “XYZ” di inizio anni ottanta era solo una
questione di sapere come sarebbe stata sviluppata con l’orchestra. Nella versione originale
con Jimmy Page il brano era ancora allo stato grezzo (come ogni buon demo che si rispetti),
ma dopo essersi beccati tra capo e collo “Mind Drive” nelle tracce in studio delle Keys To
Ascension, questo secondo recupero squireiano consente anche al resto del mondo Yes di potersi
godere questa mini gemma con Squire alla voce solista. Solo che qui a differenza del demo
l’atmosfera è molto più soft, e anche il riff di Page viene in parte diluito dagli stunts
orchestrali, e l’unico che resta, diciamo così, “pestone” è Alan White…
Il brano si scioglie alla fine su un malinconico arpeggio di piano che lascia il tutto
sospeso così come era iniziato. E lascia pure noi con il chiederci se magari non ci fosse
stato dell’altro.

WE AGREE
Con questo brano ritorniamo sulle atmosfere tipiche dei duetti Howe-Anderson, iniziatisi con
“Leaves Of Green”, la parte finale del terzo lato di Tales From Topographic Oceans
con in più una leggerissima sezione ritmica accompagnata da una serie di pennellate orchestrali
che si aprono a distesa nel ritornello, per poi lasciare soli di nuovo Howe e Anderson per
poi riportarli alla nuova strofa. Un brano che crea una buona atmosfera, ma che nel relativo
crescendo si lascia andare a delle coloriture, non dico sanremesi, ma insomma un po’ kitsch,
quello si, fino al finale a sfumare, lasciato ai toni cupi delle ance.

SOFT AS A DOVE
Anche con questo brano rimaniamo sulle stessa corda del precedente, solo in mnaiera molto
più eterea e medievale. Anche perché orchestrato per un piccolo ensemble, con un flauto e un
violino a far compagnia alla chitarra classica di Howe e alla voce di Anderson.
Il risultato finale, a mio parere è decisamente più convincente del precedente brano.

DREAMTIME
Con un’introduzione basata su un arpeggio ostinato di Howe e l’ingresso di un violino e della
sezione ritmica di Squire e Howe, e alcuni brevi flash dell’orchestra, si apre questo brano
probabilmente la vera terza gemma di questo disco. Con un crescendo complessivo anche
dell’orchestra fino allo stop che consente l’attacco quasi “melodrammatico” di Anderson.
Il brano prosegue con un atmosfera di mistero e di suspence più simile a certe situazioni
già viste nelle composizioni orchestrali americane degli anni ’50, il tutto sottolineato
dalla sezione delle percussioni orchestrali e da Alan White, con Squire che appare e scompare
fino alla partenza di uno dei più begli stacchi in tutta la storia degli Yes, (andate al 4:14 circa
del vostro contatore sul lettore di cd) un ritmo sincopato, su due linee di basso, le chitarre
di Howe che si rincorrono, e l’orchestra che cresce e sincopa tutta la ritmica ulteriormente,
ci fosse stato il mellotron di Wakeman al posto dell’orchestra, saremmo qui a celebrare
un nuovo capolavoro della band…, che potrebbe anche prendere il posto di “South Side Of
The Sky” nella lista dei brani “most wanted” dai fans della band. Comunque al termine
di questa galoppata, chiusa dal basso di Squire, riprende il cantato di Anderson che sfocia
in un botta e risposta tra band e orchestra che riprende poi la galoppata centrale.
Semplicemente bello.
Così come l’assolo di chitarra di Howe che viene sospeso da un crescendo prima degli archi,
poi dagli ottoni, per venire il tutto concluso dal riffone di Squire.
Tutto finito? In un’aria molto rarefatta da balletto, riprende la danza l’orchestra con sonorità
stravinskiane, per poi sciogliersi in un finale bucolico molto cinematografico, quest’ultimo
che leggermente impatacca tutto il brano (o forse sono io che sono un po’ troppo rompiscatole?)

IN THE PRESENCE OF
i) Deeper
ii) Death Of Ego
iii) True Beginner
iv) Turn Around And Remember
Questo assieme a Magnification è l’altro brano oramai ospite fisso delle scalette Yes
degli ultimi tre anni. Con l’introduzione al piano di Alan White, il brano si apre con Anderson
subito sottineata dal basso di Squire. Anche qui con l’ingresso del mandolino di Howe arriviamo
a sfiorare atmosfere folk, ma la partenza della sezione ritmica con l’orchestra, rientriamo in
una sorta di atmosfera di ballata rock ad ampio respiro, con grandi armonie vocali, un tappeto di
archi in sottofondo, seguito da un breve ma ispirato solo di Howe, che lascia posto ad un break
orchestrale che porta ad un reprise cantato sottolineato da un riff crescente di basso, che porta
l’orchestra e la chitarra di Howe in primo piano. Siamo di nuovo in pieno con il concetto di
“YesSonata” sviluppata da Thomas Mosbø nel suo testo (fondamentale) descritto nella
sezione i libri, infatti dopo aver riaperto il cantato si riprendono in variazione la
parte iniziale sottolineata da una solenne scala di basso di Squire, dalla quale partono da
prima delle pennellate di Howe e poi dell’orchestra, per ripartire poi con il cantato di Anderson
sottolineato dal pizzicato degli archi e dagli ottoni sordinati, per poi aumentare l’atmosfera
in un crescendo corale strumentale che termina in un bang finale che, anche dal vivo, è di
un’emozione grandiosa

TIME IS TIME Quello che ho già detto di “Don’t Go” vale anche per questo brano. Certo che
dopo essersi beccati tra coppa e collo un gioiello come In The Presence Of, o il brano
diventa un’altro capolavoro oppure sono pensieri, per modo di dire. Brano molto tranquillo
questo, una sorta di camera di decompressione dopo le emozioni ricevute dal brano
precedente. Di sicuro un brano che presto entrerà nel… gruppo meteore delle composizioni Yes.

BONUS DISC
E per finire due parole su quello che è contenuto nel bonus disc della “limited edition” di
Magnification che in realtà si chiama “COMMUNICATION”, anche se non c’è scritto
da nessuna parte nella confezione che di fatto è del tutto identica al disco singolo, tranne per
il fatto che appunto c’è il bollino bianco che avverte di cosa c’è in più.
Ed in questo disco troviamo le versioni tratte dal “Symphonic Tour europeo di In The Presence
Of qui presentata con il suo titolo originale, “Deeper”, una strepitosa versione live
di The Gates Of Delirium e la title track Magnification.
Questo per la parte audio.
Nella parte multimediale troviamo una breve intervista a Jon Anderson, il quale spiega la
genesi di Magnification e quindi della sua logica prosecuzione con il Symphonic Tour.
Seguono due video. Il primo è il video ufficiale di Don’t Go un video molto semplice, con
alcuni sprazzi di immagini davvero ad effetto anche se totalmente sganciate dalla musica della
canzone e la versione “animata” di The Gates Of Delirium così come appare in versione
completa nel dvd “Symphonic Live”, autentico capolavoro di come deve essere filmata la musica
dal vivo. Dicevo versione animata in quanto in questa traccia video, a differenza ovviamente
del dvd dove possono essere tolte, sono presenti obbligatoriamente gli inserti video e di
animazione a contorno delle immagini live.
Ciò non toglie che questa versione è uno stuzzichevole antipasto per chi non è ancora riuscito a
mettere le mani su questo eccezionale dvd.
E come bonus disc non c’è che dire, supera ampiamente il bonus disc di “The Ladder”…

2002
I MUSICANTI
Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Geoffrey Downes: tastiere
Trevor Horn: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Igor Khoroshev: tastiere e voce
Patrick Moraz: tastiere
Trevor Rabin: chitarre e voce
Billy Sherwood: chitarre e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

DISCO 1
1. Every Little Thing 5:46
2. Sweetness 4:35
3. Survival 6:20
4. Then 5:47
5. Sweet Dreams 3:51
6. Astral Traveller 5:56
7. Time And A Word 4:34
8. Dear Father 4:13
9. Yours Is No Disgrace 9:42
10. Clap 3:24
11. Perpetual Change 8:53
12. Starship Trooper 9:28
13. I’ve Seen All Good People 6:55

DISCO 2
1. Roundabout 8:33
2. South Side Of The Sky 7:56
3. Heart Of The Sunrise 10:36
4. America 10:31
5. Close To The Edge 18:38
6. The Revealing Science Of God
Dance Of The Dawn 22:01

DISCO 3
1. Siberian Khatru 8:56
2. Long Distance Runaround 3:33
3. The Gates Of Delirium 21:50
4. To Be Over 9:07
5. Going For The One 5:32
6. Turn Of The Century 7:41
7. Wonderous Stories 3:49
8. Don’t Kill The Whale 3:56
9. Release, Release 5:46
10. Arriving UFO 6:02
11. Richard (*) 3:33

DISCO 4
1. Tango (*) 3:48
2. Never Done Before (*) 2:10
3. Crossfire (*) 2:42
4. Machine Messiah 10:47
5. Tempus Fugit 5:17
6. Owner Of A Lonely Heart 4:29
7. It Can Happen 5:30
8. Leave It 4:14
9. Hold On 5:16
10. Rhythm Of Love 4:52
11. Love Will Find A Way 4:50
12. Holy Lamb (Song For
Harmonic Convergence) 3:22
13. Brother Of Mine 10:18
14. Fist Of Fire (alt. version) 3:28
15. I Would Have Waited Forever 7:02

DISCO 5
1. Lift Me Up 6:31
2. The Calling 6:55
3. I Am Waiting 7:25
4. Mind Drive 18:38
5. Open Your Eyes 5:14
6. Universal Garden 6:17
7. Homeworld (The Ladder) 9:35
8. The Messenger 5:15
9. Last Train (*) 2:23
10. In The Presence Of 10:24

Giorgio Salvadego – A mio modesto parere…

Cosa non si fa per la propria band preferita.
Di fatto ho speso il costo del cofanetto per due minuti e ventite secondi di musica.
E che due minuti e ventitre secondi… Beh, si capisce perché non hanno sviluppato il brano per
Magnification. Il brano di cui parlo è “Last Train”, una specie di improvvisazione
blues piuttosto zoppicante, che solo chi è “benevolmente intossicato” dalla musica Yes può
comperare a scatola chiusa…
Ma a parte questo il cofanetto segna l’inizio della collaborazione degli Yes con la “Rhino” che
ripubblicherà buona parte del catalogo Yes rimasterizzandolo e aggiungendovi degli inediti o
versioni alternative di brani presenti nel disco, diciamo così, ufficiale.
Le selezioni del cofanetto sono quasi obbligate, e ricalcano in parte le precedenti antologie
e gli inediti presentati come bocconcini succulenti sono, per uno Yes fan di media taglia,
una sorta di “condono” per ciò che aveva già in collezione a livello di bootleg.
I brani inediti con l’eccezione del già menzionato “Last Train” sono quasi il meglio delle
cosiddette Paris Sessions, oltre ad un outtake del periodo di Tormato.
Comunque sia, che parliamo di “Richard” che dei tre brani parigini “Tango”, “Never
Done Before” e “Crossfire”, ci troviamo di fronte a quattro abbozzi che contengono
solo degli appunti che poi gli Yes stessi abbandoneranno. Insomma materiale per chi vuole avere
anche le registrazioni di Steve Howe quando smadonnò la volta che gli scivolò una Gibson su un
piede… Che poi Howe smadonni non lo so, però credo di avere dato l’idea…
Il pezzo forte del cofanetto è il libretto che lo accompagna. Contiene un bel saggio di Chris Welch
sulla evoluzione della band, e finalmente ci sono un bel po’ di foto inedite della band che non
siano la solita foto della band sulla macchina bianca con quella criptica scritta “io amo una donna
bianca” che viene appiccicata dappertutto negli articoli antologici della band.
Il libretto è davvero fatto bene, niente da dire… anzi!

2003

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarra
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Igor Khoroshev: tastiere
Trevor Rabin: chitarra e voce
Billy Sherwood: chitarra e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Disco 1
1. Yours Is No Disgrace 9:42
2. Survival 6:20
3. Roundabout 8:32
4. Then 5:47
5. I’ve Seen All Good People 6:55
a) Your Move
b) All Good People
6. Heart Of The Sunrise 10:36
7. Startship Trooper 9:29
a) Life Seeker
b) Disillusion
c) Würm
8. Ritual – Nous Sommes Du Soleil 21:32

Disco 2
1. Siberian Khatru 8:55
2. Long Distance Runaround 3:33
3. Wonderous Stories 3:50
4. and You And I 10:15 (*)
i) Cord Of Life
ii) Eclipse
iii) The Preacher The Teacher
iv) Apocalypse
5. Soon (single edit) 4:07
6. Going For The One 5:33
7. Don’t Kill The Whale 3:57
8. Owner Of A Lonely Heart 4:28
9. Leave It 4:15
10. Big Generator (remix) 3:41
11. The Calling (single edit) 4:43
12. Homeworld (The Ladder) (radio edit) 4:41
13. Awaken 15:35

(*)La versione contenuta nel Disco 2 è quella alternativa
che uscirà nella ristampa Rhino di Close To The Edge.
Questa particolarità è solo nella prima tiratura inglese,
mentre in quella europea e mondiale ci sarà quella originale
un disguido… discografico, insomma…

2005

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarra
Bill Bruford: batteria
Steve Howe: chitarre e voce
Tony Kaye: tastiere
Trevor Rabin: chitarra e voce
Billy Sherwood: chitarra e voce
Chris Squire: basso e voce
Rick Wakeman: tastiere
Alan White: batteria

Disco 1

Then
For Everyone
Astral Traveller
Everydays
Yours Is No Disgrace
I’ve Seen All Good People
America
It’s Love

Disco 2

Apocalypse
Siberian Khatru
Sound Chaser
Sweet Dreams
Future Times-Rejoice
Circus of Heaven
The Big Medley
Time and a Word
Long Distance Runaround
The Fish
Survival
Perpetual Change
Soon
Hello Chicago
Roundabout

Disco 3

Heart of the Sunrise
Awaken
Go Through This
We Can Fly from Here
Tempus Fugit
Rhythm of Love
Hold On
Shoot High, Aim Low
Make It Easy/Owner of a Lonely Heart

2011

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Benoit David: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

1. Fly from Here – Overture – 1:53
2. Fly from Here – Part I: We Can Fly – 6:00
3. Fly from Here – Part II: Sad Night at the Airfield – 6:41
4. Fly from Here – Part III: Madman at the Screens – 5:16
5. Fly from Here – Part IV: Bumpy Ride – 2:15
6. Fly from Here – Part V: We Can Fly (Reprise) – 1:44
7. The Man You Always Wanted Me To Be – 5:07
8. Life on a Film Set – 5:01
9. Hour of Need – 3:07
10. Solitaire – 3:30
11. Into the Storm – 6:54

A cura di Sandro D’Addese

La prima emozione nasce osservando la cover dell’album: la pantera nera nelle retrovie lascia il posto al volo delle aquile, come in un naturale passaggio delle consegne.

I “panthers” possono tornare a gioire e forse ne hanno diritto più di tutti, considerando i 31 anni di paziente attesa dall’uscita di Drama, ben più dei 10 che ci hanno separato da Magnification.

La cosa certa, dal mio personale punto di vista, è che il fattore Horn-Downes sia dannatamente benefico per i nostri ragazzi….certo, i capolavori sono distanti, ma quelli ormai sono già stati consegnati alla storia e non replicabili (altrimenti che capolavori sarebbero?) e del resto questi sono 43 anni che suonano, dico 43!! Per la cronaca Mozart ha vissuto 35 anni….qualsiasi altro commento su ciò che potrebbero fare di meglio risulta quindi superfluo, soprattutto se parliamo degli Yes, una band che ha vissuto costantemente sulle incertezze e che spesso ha tirato fuori dal cilindro la sorpresa di turno, quando nessuno se lo aspettava…forse nemmeno loro stessi.

Ok, la doverosa premessa è finita, veniamo al disco: FLY FROM HERE suona proprio bene, la qualità dell’ascolto è notevole anche con un impianto mediocre e il merito principale va al gran lavoro svolto da Trevor Horn al banco dei mix.

La suite è una produzione “rigenerata”, ma sarebbe stato un peccato se questo non fosse avvenuto: sicuramente un po’ ripetitiva in alcuni passaggi, ma comunque meritevole…a mio avviso trova la sua massima espressione Yes Style nella Pt2 “Sad Night At The Arfield”, intensa, emozionante, la steel guitar del dio Howe ha rievocato in me i tempi migliori.

Life On A Film Set è interessante perché ha una sua personalità, Hour Of Need è un gioiellino e presenta le armonie vocali meglio riuscite nel disco…il “solo” di Steve è un ingrediente sempre ben accetto, “Into The Storm” è forse il pezzo tecnicamente più corale, non a caso tutti hanno partecipato alla sua stesura.

Ho volutamente escluso la track 2, “The Man You Always Wanted Me To Be”, perché forse è quella che c’entra meno nel disco, l’impressione è che sia stata forzatamente infilata dentro per fare mucchio, ma starebbe molto meglio in un disco dei Conspiracy.

Benoit non va attaccato, fa il suo onesto lavoro senza contare che si è inserito con grande umiltà in questa sua incredibile avventura, certo, Anderson ci manca e il suo carisma manca quasi come la sua voce…ma a Modena si dice “piutost che gninta l’è mei piutost”.

Postilla

Il 1 luglio da vero nostalgico sono andato nell’unico negozio di dischi rimasto nella mia città, con tanto di T-Shirt Yes indosso (concerto teatro lirico ’98), ben felice di acquistare il nuovo CD senza alcuna prenotazione come facevo quando ero un quindicenne ed Internet non c’era…che illuso!

Il commesso-padrone, molto ignaro, sosteneva con forza che non fosse in uscita alcun disco Yes e mi voleva rifilare ad ogni costo un live bootleg di qualche anno addietro, come ultimo ed unico disco ufficiale…ho dovuto sfoggiare tutte le mie capacità diplomatiche per fargli capire che stava facendo male il suo mestiere e che nonostante ciò avrei comunque comprato il disco da lui e sono riuscito a rimediare il mio meritato CD solo il 4 luglio, non senza avergli dovuto spiegare in maniera cronologica le ultime vicende del gruppo.

Se il mercato discografico è in crisi non è solo colpa del network, ma anche del social 🙂

2011

FORMAZIONE

Oliver Wakeman: tastiere
Benoit David: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

Disco 1

1. “Siberian Khatru” 10:39
2. “I’ve Seen All Good People” 7:17
3. “Tempus Fugit” 6:05
4. “Onward” 4:38
5. “Astral Traveller” 8:49
6. “Yours Is No Disgrace” 13:23
7. “And You and I” 11:27
8. “Corkscrew” 3:49
9. “Second Initial” (bonus nella versione Giapponese)
Disco 2
1. “Owner of a Lonely Heart” 6:05
2. “South Side of the Sky” 10:44
3. “Machine Messiah” 11:41
4. “Heart of the Sunrise” 11:43
5.  “Roundabout” 9:35
6. “Starship Trooper”   13:08
Il DVD contiene un estratto live con 2 brani, “Machine Messiah”  e “Roundabout” più un intervista alla band

2014

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Jon Davison: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

1. Believe Again – 8:02
2. The Game – 6:51
3. Step Beyond – 5:34
4. To Ascend – 4:43
5. In a World of Our Own – 5:20
6. Light of the Ages – 7:41
7. It Was All We Knew – 4:13
8. Subway Walls – 9:03

2014

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Jon Davison: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

Disco 1

1. “Going for the One” 6:51
2. “Turn of the Century” 8:36
3. “Parallels” 6:24
4. “Wonderous Stories” 4:49
5. “Awaken” 17:40
Disco 2
1. “Yours Is No Disgrace”  11:04
2. “Clap” 3:42
3. “Starship Trooper” 11:19
4. “I’ve Seen All Good People” 7:30
5. “A Venture” 5:03
6. “Perpetual Change”.  10:04

2015

FORMAZIONE

Rick Wakeman: tastiere
Jon Anderson: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

Un cofanetto con 7 storici show del 1972, per un totale di 14 CD.

Queste le date:

31 October 1972 – Toronto, Ontario – Canada Maple Leaf Gardens
1 November 1972 – Ottawa, Ontario – Ottawa Civic Centre
11 November 1972 – Durham, North Carolina – United States Duke University
12 November 1972 – Greensboro, North Carolina – Greensboro Coliseum
14 November 1972 – Athens, Georgia – University Of Georgia
15 November 1972 – Knoxville, Tennessee – Knoxville Civic Coliseum
20 November 1972 – Uniondale, New York – Nassau Veterans Memorial Coliseum

Disco 1

1. “Opening (Excerpt from Firebird Suite)~Siberian Khatru”  10:46
2. “I’ve Seen All Good People”.  8:21
3. “Mood for a Day/Clap” 6:46
4. “Heart of the Sunrise” 11:15
5. “And You and I”
Disco 2
1. “Close to the Edge” 18:24
2. “Excerpts from The Six Wives of Henry VIII” 6:54
3. “Roundabout” 8:40
4. “Yours Is No Disgrace” 14:33

2015

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Jon Davison: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

Disco 1

1. “Close to the Edge” 19:11
2. “And You and I” 10:58
3. “Siberian Khatru” 9:52
Disco 2
1. “Roundabout” 8:34
2. “Cans and Brahms” 1:41
3. “We Have Heaven” 1:31
4. “South Side of the Sky” 9:35
5. “Five Per Cent for Nothing” 0:42
6. “Long Distance Runaround” 3:36
7. “The Fish (Schindleria Praematurus)” 3:15
8. “Mood for a Day” 3:03
9. “Heart of the Sunrise” 11:41
10.”Owner Of A Lonely Heart (bonus track nella versione CD Giapponese)”

2017

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Jon Davison: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Billy Sherwood: basso e voce
Alan White: batteria – Jay Schellen: batteria aggiunta

Disco 1

1. “Machine Messiah” 11:17
2. “White Car” 1:25
3. “Does It Really Happen?” 7:22
4. “Into the Lens”. 9:11
5. “Run Through the Light” 5:08
6. “Tempus Fugit” 5:58
7. “And You and I” 11:24
8. “Heart of the Sunrise”    12:14
Disco 2
1. “The Revealing Science of God (Dance of the Dawn)” 21:57
2. “Leaves of Green” 6:04
3. “Ritual (Nous sommes du soleil)” 24:39
4. “Roundabout” Anderson, Howe 8:35
5. “Starship Trooper”    11:45

2018

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Trevor Horn: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

1. Fly from Here – Overture – 1:52
2. Fly from Here – Part I: We Can Fly – 5:04
3. Fly from Here – Part II: Sad Night at the Airfield – 5:25
4. Fly from Here – Part III: Madman at the Screens – 4:36
5. Fly from Here – Part IV: Bumpy Ride – 2:16
6. Fly from Here – Part V: We Can Fly (Reprise) – 2:18
7. The Man You Always Wanted Me To Be – 5:25
8. Life on a Film Set – 5:06
9. Hour of Need – 6:46
10. Solitaire – 3:301
11. Don’t Take No for an Answer – 4:22 (Howe)
12. Into the Storm – 6:55

2019

FORMAZIONE

Geoffrey Downes: tastiere
Jon Davison: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Billy Sherwood: basso e voce
Alan White: batteria

Jay Schellen: batteria aggiunta

Tony Kay: tastiere su  “Yours Is No Disgrace”, “Roundabout”, “Starship Trooper”

Patrik Moraz: tastiere su Soon

Disco 1

1. “Close to the Edge”. 19:06
2. “Nine Voices (Longwalker)”  3:52
3. “Sweet Dreams” 5:26
4. “Madrigal” 2:53
5. “We Can Fly from Here, Pt. 1: We Can Fly” 5:58
6. “Soon” 8:00
7. “Awaken” 18:19
Disco 2
1. “Parallels”.  6:17
2. “Excerpt from ‘The Ancient'” 5:18
3. “Yours Is No Disgrace” 12:07
4. “Excerpt from ‘Georgia’s Song’ and ‘Mood for a Day'” 4:01
5. “Roundabout” 9:25
6. “Starship Trooper”  11:42

2019

FORMAZIONE

Oliver Wakeman: tastiere
Benoit David: voce
Steve Howe: chitarre e voce
Chris Squire: basso, piano e voce
Alan White: batteria

1. “To the Moment” 6:09
2. “Words on a Page” 6:18
3. “From the Turn of a Card” 3:24
4. “The Gift of Love” 9:52
5. “To the Moment (versione singolo)” 4:22
Nel box vengono inclusi anche i 2 CD di In the Present – Live from Lyon, già pubblicati nel 2011