TIME AND A WORD
1970
Copertina dell'edizione inglese

1. No Opportunity Necessary, No Experience Needed 4:47
2. Then 5:42
3. Everydays 6:06
4. Sweet Dreams 3:48
5. The Prophet 6:32
6. Clear Days 2:04
7. Astral Traveller 6:50
8. Time And A Word 4:31

There's a time
and the time is now
and it's right for me
and the word is love

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Tony Kaye: tastiere
Chris Squire: basso e voce
TIME AND A WORD
1970
Copertina dell'edizione americana ed europea

1. No Opportunity Necessary, No Experience Needed 4:47
2. Then 5:42
3. Everydays 6:06
4. Sweet Dreams 3:48
5. The Prophet 6:32
6. Clear Days 2:04
7. Astral Traveller 6:50
8. Time And A Word 4:31

There's a time
and the time is now
and it's right for me
and the word is love

FORMAZIONE

Jon Anderson: voce
Peter Banks: chitarre
Bill Bruford: batteria
Tony Kaye: tastiere
Chris Squire: basso e voce
E' curioso notare come Steve Howe appaia nella copertina americana ed europea
del secondo disco senza neppure suonare una nota.
Infatti la copertina inglese creò "in quel tempo" un certo scandalo per la presenza
di una figura femminile discinta in copertina, costringendo l'Atlantic a correre ai
ripari. Solo che, nel frattempo, Peter Banks era già uscito dalla band e quindi
Steve Howe si trovò a posare per la nuova foto ufficiale del gruppo che diventerà, poi,
la copertina del secondo disco degli Yes...

Inoltre le prime due edizioni in vinile di questo disco stampate in Germania
contengono un missaggio completamente diverso da quello al quale siamo abituati.

Per i più assatanati questi sono i numeri di catalogo da ricercare...

Atlantic MLP 15 367 (prima tiratura)

Atlantic 40 085-Z (seconda tiratura).



Se volete leggere la traduzione dei testi di questo disco cliccate qui


 

 

A mio modesto parere...

Quelle che seguono sono delle mie personali riflessioni al volo su ciascun
brano di questo secondo disco della saga Yes. Siamo nel 1970. Io avevo 10
anni, non avevo la più pallida idea della loro esistenza (degli Yes, ovvio).
Anche questo disco come il precedente primo disco, ha visto la presenza di
una doppia copertina, una per l'Inghilterra e una per gli Stati Uniti.
In questo caso, la presenza di una figura femminile con "i bottoncini"
(diceva Arbore ai bei tempi de L'Altra Domenica) in quasi primo piano aveva
costretto la Atlantic a sostituire di corsa il disegno di Loring Euteney
con una foto ufficiale Yes per gli States. Piccolo problema: Peter Banks
aveva appena lasciato gli Yes e Steve Howe lo aveva appena sostituito.
Che fare? Semplice: mettere la nuova foto del gruppo con Steve in copertina!
Problemi? Zero.
Solo che Steve qui non suona una nota che è una.
Neanche il campanello dello studio di registrazione...


NO OPPORTUNITY NECESSARY, NO EXPERIENCE NEEDED
Ahhh, il buon vecchio Lesile+organo Hammond. Che c'è di più bello per
iniziare un album? Tirare dentro subito una sventagliata orchestrale,
per poi partire con un serrato riff di basso (anticipatore di Roundabout?)
di Squire assolutamente straripante, che fanno da base alle strofe cantate
da Anderson.
E' questo il primo disco in cui gli Yes usano un'orchestra per completare
il suono delle loro songs (dovremo aspettare il 2001 per il secondo
rendez-vous con un orchestra, anche se su basi completamente diverse
in Magnification). Ricordo incidentalmente che in questo periodo vi fu,
ad esempio, il "Concerto for Group and Orchestra" dei Deep Purple alla
Royal Festival Hall, i Nice di Keith Emerson avevano già aperto il
periodo delle contaminazioni del pop/rock con la musica classica, e che
altri gruppi avevano iniziato a sperimentare la fusione di rock e
orchestre tradizionali.
Povero Richie Havens!
Lui che con la sua chitarra poco prima aveva intonato Freedom a
Woodstock, ora si ritrova coverizzato in maniera orchestrale.
Per quanto riguarda le orchestrazioni di Tony Cox, dire che qui siano
enfatiche è dir poco.
Però anche qui c'è un piccolo germoglio Yes decisamente a d.o.c., subito
dopo le sviolinate e le strombettate centrali c'è una breve modulazione
che riporta poi nella strofa finale che, sempre con il senno di poi, fa
capire dove gli Yes sarebbero andati a parare in versione live.
Anche in questo caso il finale è brusco e riverberato come d'uopo all'epoca.

THEN
Una ballata andersoniana che potrei definire travisata, sia dai contrappunti
orchestrali che dalle giocate armoniche di chitarra e organo nel corso
dello svolgimento delle strofe. Anche qui un'altro germoglietto Yes che
affiora, il fatto che la parte strumentale verso la fine sia totalmente a
parte dalla ballata strettamente base, dando quindi la possibilità alla
band di cominciare ad espandere gli orizzonti, fino ad arrivare all'etera
strofa finale con atmosfere distese e dilatate, che raggiungeranno il loro
apice in Close To The Edge, anche se poi il finalino "drammatico" della
sezione dei fiati orchestrali risolve in maniera sospensiva tutto il brano.

EVERYDAYS
Una cover di Stephen Stills. L'inizio è molto scuro e dilatato sulla base
jazzata di Bruford, l'orchestra viene utilizzata solo come tavolozza di colore
Inizia in maniera molto eterea Anderson, con pennellate di chitarra e tastiera,
con Squire a tessere in sottofondo una linea di basso assai poco ortodossa
dal punto di vista della west coast.
Dopo il break strumentale si apre la parte di solo di chitarra di Banks con
una sezione ritmica scatenata che si scioglie nella seconda parte dove organo
e archi doppiano all'unisono il tema fino a ritornare all'atmosfera di apertura
per la strofa conclusiva.

SWEET DREAMS
E qui ci ritroviamo in zona ex-Warriors, l'ex gruppo di Anderson, dato che
questo brano è scritto da Anderson con David Foster.
Qui siamo in zona pop tradizionale della fine anni sessanta. Non a caso venne
fatto uscire anche come singolo.
Canzone di maniera, a mio parere, con un accattivante riff di basso, su una
serrata base di batteria e un tappeto di organo Hammond con massiccie dose
di Leslie.

THE PROPHET
Una lunga introduzione di organo che fa da trampolino al riff di apertura
esposto prima dall'orchestra e poi dal basso, seguita da un secondo temino
portato avanti dall'organo e dalla chitarra prima dell'apertura della strofa
iniziale. Cantato che viene sostenuto da uno Squire straripante al basso con
l'orchestra in sottofondo. Anche in questo brano (tra l'altro, credo, mai
eseguito live) si possono notare delle Yes-tendenze del futuro, ovvero dei
repentini cambi di atmosfera tra strofa, ritornello e interludi.
Il finale classicheggiante con un organo quasi "emersoniano" conclude l'episodio.

CLEAR DAYS
Un altra ballata andersoniana, stavolta sottolineata e sostenuta dagli archi
dell'orchestra e dal piano.
Il finale della sezione d'archi è di stretta osservanza beatlesiana.
Non ne sentir(ò)emo la mancanza...

ASTRAL TRAVELLER
Sempre Anderson in cabina di regia, ma stavolta in maniera molto più corale
il gruppo partecipa, con le voci tutte filtrate per dare un'ambientazione
"spaziale" al tutto. Ambientazione spaziale che si perde nel contrappunto
centrale a tre voci (basso, chitarra e organo), per dare poi spazio al doppio
assolo di Banks alla chitarra (jazzato e chiuso il primo, grintoso e rock il
secondo), che si chiude nella ripresa del riff di apertura dell'organo per il
rientro della voce di Anderson. Il finale riprende la soglia spaziale per una
rapida dissoluzione del suono.

TIME AND A WORD
La titletrack del disco è una classica ballata di Jon Anderson che verrà
riproposta nella sua più convincente versione "quasi-live" di Keys To
Ascension 2 nei tre concerti di San Luis Obispo.
Qui il tutto si svolge in un crescendo continuo fino all'ingresso dell'orchestra
che si inserisce in una sorta di continuo sulla ripetizione degli ultimi due
versi del ritornello, che diventeranno uno dei motti preferiti dei fans degli
Yes e dello stesso Anderson (vedi ad esempio la citazione eseguita nel tour
di The Ladder esemplificato anche nel cd e nel dvd House Of Yes).



...e cosa ne pensano al riguardo...



tra poco ci saranno?...







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